Un vertice senza le basi

By Redazione

febbraio 27, 2012 Esteri

Il destino di Assad sembrava appeso ad un filo sottile. È stata questa la fugace sensazione maturata alla luce del vertice tunisino indetto venerdì da Lega Araba e Usa, con il supporto di Europa e Turchia. Perfino il nome scelto per designare l’incontro – “amici della Siria” ha generato una temporanea carica positiva, immediatamente spazzata via dagli esiti raggiunti. Di amichevole il faccia a faccia tra 50 Ministri degli Esteri e altrettante delegazioni arabe giunte a Tunisi ha avuto ben poco. I propositi erano buoni. Il vertice di Tunisi era stato presentato nei giorni addietro con la prima vera opportunità di dialogo, innanzitutto con l’opposizione siriana, invitata a compattarsi in un interlocutore unico. Ma non tutto ha funzionato per il verso giusto, rivelandosi l’ennesimo buco nell’acqua messo a segno da una sgangherata comunità internazionale.

Ancor prima che la sessione prendesse il via, Russia e Cina hanno declinato l’invito a partecipare. Uno smacco diplomatico pericoloso.  Un no che pesa quanto la decisione di porre un veto (per ben due volte) alla risoluzione ONU votata due settimane fa in Consiglio di Sicurezza, che ha frenato di fatto ogni possibile intervento in Siria. Come se non bastasse, a disturbare la riunione dei capi di stato e dei rappresentanti ospiti di un hotel ci hanno pensato alcuni manifestanti con striscioni e slogan contro Stati Uniti e Israele. Tuttavia, a pesare sul destino della Siria e del suo sanguinario presidente non è soltanto la riluttanza di Mosca e Pechino, ma soprattutto l’incapacità degli interlocutori principali (Usa e Lega Araba) di raggiungere un giusto compromesso.

Tregua, sostegno umanitario o intervento armato? Queste le opzioni prese in considerazione. Per il momento, la comunità internazionale ha escluso ufficialmente un intervento armato in Siria, puntando sull’ inasprimento delle sanzioni. Ma la linea “soft” studiata dagli Stati Uniti e dagli altri ospiti occidentali non è piaciuta ad alcuni rappresentanti della Lega Araba. La delegazione saudita, guidata dal Ministro degli esteri, il principe Saud al Faisal, ha di fatto abbandonato il tavolo del confronto manifestando disappunto e insoddisfazione per il mancato intervento armato, reputando la scelta occidentale di propendere per la creazione di un corridoio umanitario poco incisiva e debole “a garantire realmente la protezione del popolo siriano”. Giudizi favorevoli al piano umanitario sono giunti dai rappresentanti della Croce Rossa Internazionale ospiti al summit. “La tregua – ha dichiarato il portavoce della CRI, Hicham Hassan – consentirebbe di portare aiuti e di evacuare i feriti”. 

Ma il nodo della matassa si fa sempre più intricato. Assad non sembra affatto intenzionato a mollare la presa ritirandosi dalla scena politica nazionale e non. E se gli Usa, con il sostegno di buona parte della Lega Araba, giocano l’unico jolly a disposizione pur di risolvere la crisi siriana in “maniera diplomatica”, puntando sul rinnovo d’immagine e inviando sul campo a Damasco l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, le monarchie del Golfo premono per una soluzione armata. Sulla linea saudita anche il Qatar che – secondo il Times londinese – sarebbe coinvolto nel rifornimento di armi alle forze militari d’opposizione (FSA). Di diverso parere il presidente tunisino Moncef Marzouki, sostenitore della linea più morbida verso Assad e la sua famiglia. Nel corso dell’audizione, Marzouki ha avanzato l’ipotesi di una concessione d’immunità al mastino di Damasco e alla sua famiglia, offrendo sulla carta la possibilità di rifugiarsi in Russia. La posizione contraddittoria dei padroni di casa tunisini ha suscitato la reazione contrita di numerosi attivisti siriani. Una tesi, quella di Tunisi, che suona come per lo più come una provocazione, alla luce dei rapporti tesi tra la Tunisia e le monarchie del petrolio.

Al di là delle contese e delle prese di posizione differenti, l’unico passo avanti congiunto compiuto venerdì a Tunisi dalla comunità internazionale e dalla Lega Araba è stato il riconoscimento de facto del CNS (Consiglio Nazionale Siriano) come il solo e unico interlocutore legittimo. Un’approvazione interpretata alla stregua di una sonora spallata inferta dalle petro-monarchie al regime siriano, nel tentativo di porre fine ad un capitolo sanguinoso durato troppo a lungo. La fallita missione degli osservatori inviati lo scorso gennaio sul campo siriano dalla Lega Araba non ha spento la fiamma dei paesi del Golfo, pronti ad intervenire “con qualsiasi mezzo” sulla crisi.

Ma un intervento armato nel bel mezzo di una crisi umanitaria di proporzioni allarmanti non è certamente la via più consona. Almeno, questa la posizione sostenuta dal fronte occidentale. Le ragioni che stroncherebbero sul nascere un intervento armato in Siria sono molteplici. Assad può contare su un esercito di mercenari ben addestrati, ben armati e, soprattutto, fedelissimi. Mentre, le Forze armate siriane sono comandate da generali alauiti, che vedono nella battaglia contro il presidente siriano uno spiraglio di sopravvivenza personale. La seconda incognita riguarda la tenuta e la effettiva composizione dell’opposizione. Anche qui sono state individuate voci dissonanti e contrastanti tra i principali movimenti di opposizione. Un esempio? Il due di picche del National Coordination Committee al vertice tunisino, contrario a un intervento militare esterno.  

Immediata la replica russa al vertice. Un incontro giudicato dal Cremlino “unilaterale”, e che non “può contribuire ad individuare una soluzione politica in Siria”. Il Ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, non si risparmia e va al contrattacco: “è chiaro che il vertice non potrà contribuire a creare condizioni favorevoli per stimolare le parti coinvolte e cercare una soluzione politica nel Paese”. I malumori al vertice della diplomazia internazionale non si dissipano, anzi sono destinati ad acuirsi. Per valutare gli effetti del summit tunisino bisognerà attendere all’incirca tre settimane, quando “gli amici della Siria” si riuniranno nuovamente a Istanbul.  

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