Pessato: “Il Pd faccia una scelta”

By Redazione

febbraio 27, 2012 politica

Se sul mercato del lavoro il governo trovasse un’intesa che esclude la Cgil, al Partito Democratico cosa converrebbe fare? “Quello che non gli converrebbe, in assoluto, sarebbe essere ambiguo”, spiega Maurizio Pessato dell’istituto di sondaggi Swg. Lo stesso che nel 2008 aveva realizzato uno studio che indicava come il 62% degli iscritti al sindacato di Susanna Camusso (circa 3,5 milioni) aveva votato democratico. “Se Bersani decide di stare con il governo ci deve stare fino in fondo, senza strizzate d’occhio”.

In ogni caso?
Dipende dalla qualità del compromesso. Se Monti riesce a far sì che non si stravolga il mondo del lavoro e la Cgil decide per sue ragioni di arrivare allo strappo, il Pd ha tutta la convenienza a sostenere il governo. La strada riformista incontrerebbe il rinnovamento, il favore dell’elettorato. Il non sostegno deve essere condizionato esclusivamente in caso si verifichi una svendita dei diritti del lavoro.

A prescindere dall’accordo, se il Pd fa mancare i propri voti alla Fornero affosserebbe il governo Monti, sul quale politicamente ha molto investito.
Il dilemma è grandissimo. Alla fine il Pd sosterrà il governo, e pagherà un prezzo, convinto che gli ritornerà indietro successivamente. Ovvio che la sinistra alzerà barricate, e la Cgil farà. Per questo, per poter recuperare fra un anno, il compromesso deve essere ad un livello accettabile. Un modello che rompa le incrostazioni esistenti, che faccia vedere in modo diverso la tutela del lavoratore. La stessa Cgil non è unanime sul giudizio, anche loro avranno di che dibattere al proprio interno.

L’ascesa del governo tecnico ha cambiato le tendenze di voto di chi è iscritto al sindacato?
Ci sono due elementi che hanno modificato il quadro. Il primo riguarda lo sviluppo del quadro politico. Nel  2008 era presente la suggestione del “voto utile”, la gara ad andare su uno dei due schieramenti potenzialmente vincenti. Il Pd fu avvantaggiato dall’essere l’unico vero avversario possibile di Berlusconi. Adesso la sinistra ha ripreso forza, anche tra gli elettori iscritti alle sigle sindacali, a danno dei Democratici.

Il secondo?
È il governo Monti stesso, che ha costretto il Pd ad un delicato equilibrio fra sostegno e valutazione critica delle scelte del governo. È la prima volta che partito ed elettori sostengono scelte che non provengono da un governo che hanno proposto ed eletto. Si aprono possibili situazioni di conflittualità o di astensione. Una parte dell’elettorato ne riconosce la necessità, ma c’è anche una quota che scalpita.

Nel 2008 poco meno di un terzo degli elettori del Pd erano iscritti alla Cgil: quanto l’appartenenza al sindacato orienta le intenzioni di voto?
C’è un calo di questa tendenza nel corso dei decenni. Oggi il voto dei cigiellini è tutto da conquistare, è molto piccola la quota di voto fidelizzato.

Bersani sembra preoccupato di un eventuale strappo con Camusso.
Il partito è chiamato ad una scelta difficile. Non si può allontanare dall’alveo dei diritti del lavoro collegato alla storia delle organizzazioni di sinistra. Rischierebbe di non essere né carne né pesce. L’Italia è un paese fortemente politicizzato, più della gran parte dei paesi occidentali. Vivono in Italia profonde storie politiche: se vi fai parte e poi ne esci improvvisamente, è come se andassi in  giro per strada nudo.

Impossibile che il Pd approvi una riforma che contraddica la sua storia?
Si dovrà fare una scelta di campo, che non guarderà solo alla Cgil, ma i lavoratori dipendenti tutti. E ai pensionati, perché i pensionati guardano agli interessi dei nipoti.

C’è la possibilità che, sul tema, assuma una strada anche più riformista di quanto fatto finora?
Non è che Bersani non riesca a staccarsi dalla Cgil. Ha tutte le capacità di poterlo fare, il gruppo dirigente non è così ancorato al sindacato, ma all’alveo che è sì riformista, ma anche legato ai diritti del lavoro. Li si dovrà rivedere, aggiornare, ma non si possono rinnegare. Così come è stato fatto per le pensioni, anche se in quel caso fu più semplice.

Il Pd del 2008 era quello bipolarista di Veltroni, oggi c’è una segreteria dall’impronta più socialdemocratica. Non dovrebbe essere più gradita all’elettore sindacalizzato.
La sua osservazione è valida, ma nel 2008 si poteva battere Berlusconi, e molti hanno votato Pd pensando poi di risolvere dopo le varie questioni. Oggi c’è senz’altro una sintonia maggiore con l’area laburista, per così dire, però il giudizio viene sospeso. Perché chi è chiamato a mettere in atto politiche più sintoniche non è il partito direttamente, ma il governo Monti.

 (l’Opinione)

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