Monti, un successo d’immagine

By Redazione

febbraio 26, 2012 politica

A 100 giorni dal suo insediamento il bilancio dell’attività del governo Monti è positivo, se come metro di giudizio prendiamo l’operato dei governi precedenti. Del tutto insufficiente, invece, rispetto ai profondi cambiamenti di cui necessitano con urgenza la nostra finanza pubblica e il nostro modello economico e sociale. Promosso a pieni voti il premier nella capacità di mettere la sua autorevolezza personale al servizio del Paese, nel rappresentare cioè, agli occhi dei partner europei e non, delle istituzioni comunitarie e finanziarie, ben al di là di quanto dimostrino i fatti, l’immagine di un Paese impegnato nel risanamento e nelle riforme strutturali. E’ bastato il netto scarto con la caduta verticale di credibilità e l’immobilismo dell’ultimo Berlusconi, e persino con la palese inadeguatezza nell’affrontare la crisi di leader europei del calibro di Merkel e Sarkozy, a decretare il successo di immagine di Monti. Anche presso gli italiani, che stanno sopportando misure impopolari rassicurati se non altro nel vedere un governo che dà l’idea del “fare”, di essere al timone del Paese. Particolarmente calzante il giudizio di Sergio Marchionne, nell’intervista di venerdì scorso al Corriere. Ricordando come a Washington abbia ricevuto «un’accoglienza straordinaria» e riscosso un «successo incredibile», l’ad di Fiat osserva che Monti «ha dato al mondo l’idea di un Paese che sta svoltando». L’idea, appunto, anche se poco altro, al momento.

Va dato atto al premier di aver usato un intelligente mix tra serrata azione di governo, protagonismo sul fronte europeo, e messaggi al mondo finanziario, tutto al fine di calmierare gli interessi sul nostro debito pubblico. La sua moral suasion si è concentrata soprattutto sugli operatori della City e di Wall Street (nonché sui media di riferimento delle due principali piazze finanziarie mondiali), per convincerli a tornare a comprare i nostri titoli di Stato. Le cronache riferiscono che la serietà e la sobrietà del nuovo premier hanno fatto breccia, sono molto apprezzate, ma anche che gli investitori aspettano più fatti concreti rispetto a quanto portato a casa nei primi 100 giorni di governo: articolo 18, tagli alla spesa, privatizzazioni e meno tasse.

In soli tre mesi il governo Monti può vantare una seria riforma delle pensioni, che praticamente avvia ad esaurimento quelle di anzianità; il ritorno della tassazione sulla prima casa; il divieto di doppi incarichi nei consigli di amministrazione di banche e assicurazioni concorrenti; la decisione di separare Snam rete gas da Eni, anche se i criteri devono ancora essere fissati e la procedura occuperà quasi tutto il 2013; l’impegno, da verificare nei prossimi mesi, ad aprire il mercato dei servizi pubblici locali; un’ambiziosa riforma della spesa militare. Giudizio controverso sulla lenzuolata di liberalizzazioni: alcune troppo timide, altre rimandate, altre ancora finte e contraddette da colpi di dirigismo.

Il cosiddetto decreto di “semplificazione fiscale”, varato venerdì scorso, non sembra volto a semplificare la vita ai cittadini nei loro adempimenti tributari, quanto piuttosto a semplificare allo Stato gli strumenti per tartassarli. Micro-interventi di manutenzione, alcuni dei quali mitigano qualche aspetto troppo punitivo e irragionevole persino per l’amministrazione, ma siamo ancora lontani da qualcosa che appaia come un nuovo approccio nel rapporto tra Fisco e contribuenti, nulla che possa risparmiare a imprese e partite Iva qualcuno dei 36 giorni lavorativi l’anno che ad oggi sono costrette a dedicare alla burocrazia fiscale. Anzi, lo Stato torna a chiedere loro la trasmissione una volta l’anno dell’elenco clienti e fornitori, senza tralasciare la minima prestazione. Saltato, invece, il fondo dove far confluire i proventi della lotta all’evasione 2012-2013 in vista di una loro molto parziale (al massimo la metà) restituzione ai contribuenti “onesti” sotto forma di detrazioni fiscali, “una tantum” e nel 2014, cioè nella prossima legislatura, sempre a condizione di pareggio di bilancio. Un sussulto di serietà che evita la farsa di una promessa scritta sull’acqua solo per farci credere che la lotta all’evasione serva a pagare meno tasse e non a coprire sempre nuovi buchi di bilancio. Anche perché, nonostante tutti gli aumenti di imposte, il fabbisogno della pubblica amministrazione per il 2012 straborderebbe dalle previsioni di circa 20 miliardi.

Molta della propria credibilità il governo se la gioca sul mercato del lavoro: punterà su una riforma incisiva anche senza accordo con le parti sociali, togliendo il freno dell’articolo 18 e ammodernando gli ammortizzatori sociali per favorire una più rapida ristrutturazione delle imprese, o accetterà un compromesso al ribasso per non rompere con i sindacati e non mettere in difficoltà il Pd?

E’ soprattutto nelle politiche di finanza pubblica però che il governo Monti delude, esprimendo un’eccessiva continuità con i governi del passato. L’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 viene conseguito a suon di tasse anziché di tagli alla spesa. Quel tipo di austerità che nell’intervista di giovedì scorso al Wall Street Journal il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha definito «cattiva». C’è modo e modo, ha spiegato, di consolidare i bilanci pubblici. Un «buon» consolidamento di bilancio è «quello in cui le tasse sono più basse» e si taglia la spesa pubblica. Ma «il cattivo consolidamento è più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri anche alzando le tasse», ed è «più facile da fare che tagliare la spesa corrente».

In Italia la pressione fiscale, al netto del sommerso, e l’intermediazione dello Stato, quindi della politica, nell’economia superano abbondantemente il 50% del Pil. Eppure, con la complicità dei mainstream media, il governo Monti è riuscito ad additare negli italiani, nella loro propensione ad evadere le tasse, e non nella spesa, il vero problema di finanza pubblica. Di tagli alla spesa nemmeno si parla più, se si escludono le sforbiciate, sacrosante ma un po’ demagogiche, agli stipendi dei parlamentari e dei top manager pubblici. E sarebbe comico se la spending review in cui sono impegnati Giarda e Vieri Ceriani partorisse tagli, come si legge, per 5-10 miliardi di euro, lo 0,3-0,5% del Pil, mentre ne servirebbero almeno nell’ordine di 5-6 punti di Pil e nel Regno Unito il governo lavora ad una riduzione della spesa di 80 miliardi di sterline in 4 anni.

Se Monti può «salvare l’Europa», come sostiene il settimanale Time, la nostra è ancora l’economia «più pericolosa del mondo» e non ha ancora iniziato quel processo di trasformazione necessario perché possa tornare a crescere ad un ritmo sostenuto. A far calare in modo sensibile lo spread in questi tre mesi è stata soprattutto l’azione incisiva della Bce di Mario Draghi, che ha inondato di liquidità le banche, e in misura minore hanno aiutato i progressi compiuti in sede Ue su fiscal compact ed ESM e il nuovo pacchetto di aiuti concesso alla Grecia. Fattori esterni, dunque, e il successo di immagine di Monti, più che riforme strutturali.

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