Ma quando andrò in pensione?

By Redazione

febbraio 26, 2012 politica

Con il riaccendersi del dibattito sulla riforma del lavoro, si è tornati a discutere anche del decreto legge 201/2012. Quello, poi convertito in legge dal Parlamento, che ha condotto alla riforma del sistema pensionistico italiano. È la Cgil ha sollevare le perplessità maggiori: quanto costerebbe ai lavoratori il combinato disposto della riforma pensionistica e delle modifiche al sistema del mercato del lavoro?

Se per queste ultime si deve ancora attendere una bozza ufficiale da parte dell’esecutivo, la prima configura come un provvedimento destinato a cambiare in profondità la vita dei lavoratori. In particolar modo per chi si affaccia oggi sul mercato del lavoro. Per i più giovani, la meta pensionistica diventa assai più lontana nel tempo. E, in definitiva, molto più difficile da raggiungere. 

La riforma interviene in maniera decisa e strutturale sulle pensioni di vecchiaia, sulle pensioni di anzianità e sul sistema delle cosi dette “finestre mobili”.

Per quanto riguarda le prime, viene fissato un principio generale, già contenuto nella legislazione precedente: il primo gennaio del 2022 si potrà ottenere la pensione di vecchiaia, senza distinzione di sesso o di ambito lavorativo, all’età di 67 anni e 2 mesi. Ma si arriverà a questo traguardo in maniera diversificata: per gli uomini, sia che lavorino nel settore pubblico che in quello privato, l’età pensionabile è fissata sin da ora a 66 anni. Stessa scadenza per quanto riguarda le donne impiegate nel settore pubblico. Solo per le dipendenti del settore privato il raggiungimento della soglia d’età prefissata sarà più graduale.

Dal primo gennaio 2012, per le lavoratrici autonome la cui pensione è liquidata a carico dell’assicurazione generale obbligatoria, nonché della gestione separata, la soglia anagrafica è infatti fissata a 63 anni e 6 mesi. Un requisito che dal 2014 si alzerà a 64 anni e 6 mesi, a 65 anni e 6 mesi a partire dal 2016, e a 66 anni a decorrere dal primo gennaio 2018. Resta in ogni caso immutata la disciplina di adeguamento dei requisiti di accesso al sistema pensionistico che tengono in considerazione gli incrementi della speranza di vita. 

Seconda consistente novità è la scomparsa dopo decenni dal nostro ordinamento delle pensioni di anzianità. Sopravvive solo la così detta “pensione anticipata”, che prevede che si possa andare in pensione prima dell’età di vecchiaia se si maturano almeno 42 anni ed un mese di contributi, nel caso degli uomini. e 41 anni di contributi in quello delle donne.

In terzo luogo viene eliminato il meccanismo delle finestre mobili. Una procedura sostanzialmente scorretta nei confronti dei pensionati, che, se prevedeva la maturazione del diritto pensionistico ad una data fissata, di fatto ne differiva l’erogazione di uno o più anni. Tutto questo viene meno, il sistema diventa più onesto e trasparente: in ogni caso la pensione verrà percepita a partire dalla data della maturazione.

Novità  tutto sommato negative anche per chi esercita lavori usuranti, categorie tutelate dal decreto n. 67 dell’aprile scorso. Rimanendo ferma la possibilità di maturare la pensione con anticipo, alzandosi l’asticella generale, anche per gli usuranti si è alzata l’età di pensionamento. 

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