L’Iran va al voto, ma il clima è teso

By Redazione

febbraio 26, 2012 Esteri

Il 2 marzo prossimo in Iran si svolgeranno le elezioni per il rinnovo della camera unica del Parlamento. Il clima non è certamente quello giusto. I grattacapi in politica interna si moltiplicano e le tensioni sul fronte internazionale rischiano di acuirsi sempre di più. Lo stop ai rifornimenti petroliferi verso la Gran Bretagna e la Francia, le incessanti pressioni di Usa e Israele nel tentativo di frenare la corsa al nucleare, le sanzioni Ue che pesano come un macigno sul groppone iraniano e l’appoggio al governo siriano sono tutti ingredienti di una miscela esplosiva che rischia di scoppiare. A ciò si aggiungono le lotte di potere intestine alla vigilia di un appuntamento tanto atteso.

Mancano ancora due settimane alla tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento, ma il governo di Teheran rischia di presentarsi alle urne “fuori forma”. A distanza di quasi tre anni dalle manifestazioni dei riformisti a Teheran che contestavano l’esito delle elezioni presidenziali, stavolta lo scontro è tutto sul campo degli ultraconservatori. Negli ultimi mesi il braccio di ferro tra il presidente Mahmoud Ahmadinejad e la Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei, si è fatto sempre più teso. Che tra i due non scorresse più buon sangue è noto da tempo. A riprova dell’inguaribile frattura la clamorosa iniziativa parlamentare dello scorso 7 febbraio. Una decisione giudicata senza precedenti nella storia della Repubblica Islamica. Con il silenzio – assenso di Khamenei, i deputati dell’ala ultraradicale hanno convocato in aula il presidente imponendogli di rispondere ad una serie di quesiti di natura economica e politica. Un resoconto che suona più come un atto d’accusa nei confronti del leader e della sua condotta politica, valutata fallimentare su molteplici fronti. L’azione parlamentare ha mandato su tutte le furie i sostenitori del presidente. Una condotta scorretta e interpretata come una mossa politica studiata ad hoc, con l’intento di screditare l’immagine e l’operato di Ahmadinejad. Con le elezioni parlamentari alle porte, la tensione ai vertici della repubblica islamica si fa sempre più palpabile. Nonostante i continui inviti della Guida Suprema diffusi dalle principali reti della Tv di Stato a non disertare le urne, sul Majlis aleggia l’ombra di uno scontro senza esclusioni di colpi.

Già in passato in Parlamento alcuni sostenitori di Khamenei avevano ventilato l’ipotesi di una petizione, tale da obbligare il presidente a rendere conto del suo operato. Ma la proposta era caduta nel vuoto. In meno di tre anni la situazione è radicalmente cambiata. Ahmadinejad nel corso del suo mandato pare abbia perso per strada la sua aura e il suo ruolo di delfino prediletto di Khamenei. Se il 2009 aveva suggellato il trionfo dell’ala ultra conservatrice, sancendo la vittoria politica di Ahmadinejad confermato per la seconda volta alla guida della repubblica islamica; il 2012 sembra prospettarsi come l’anno del suo lento e inesorabile declino. Negli ultimi mesi l’idilliaco rapporto tra i due pilastri della repubblica islamica si è incrinato a causa delle continue incomprensioni. I frequenti colpi di testa del presidente con decisioni e scelte reputate sempre più spesso azzardate dentro e fuori i confini iraniani non sono piaciute alla Guida Suprema. Il casus belli è scoppiato nell’estate del 2011, in seguito alla decisione di Ahmadinejad di licenziare il Ministro dell’intelligence Heydar Moslehi. Il provvedimento ha scatenato le ire di Khamenei che ha subito ordinato il reintegro di Moslehi, pena le dimissioni del presidente. Una mossa inaspettata e avventata per la Guida Suprema. Ma quando il potere viene minacciato, occorre intervenire per tempo. E Khamenei deve aver pensato bene di agire, uscendo dalla penombra. E’ evidente come Ahmadinejad stia perdendo potere e credibilità dentro e fuori i confini nazionali.

Le continue pressioni internazionali nel tentativo di frenare la corsa a perdifiato della Repubblica Islamica sulla via del nucleare, nonché l’infedeltà di numerosi suoi sostenitori stanno contribuendo a indebolire la sua immagine pubblica. Non sono servite le foto scattate in occasione degli incontri ufficiali al cospetto della Guida Suprema, dove il presidente viene ritratto seduto ai piedi di Khamenei in segno di rispetto, per ricucire lo strappo. La crisi del “settimo anno” invece che attenuarsi, si acuisce giorno dopo giorno. Tra i conservatori seguaci di Khamenei sale la “febbre da seggio in Parlamento”. Pur di evitare che i fedelissimi di Ahmadinejad possano conquistare una maggioranza schiacciante in Parlamento sono disposti a colpire duro. Le prossime elezioni parlamentari si profilano così come il terreno di un aspro confronto tra le parti per la conquista della leadership. Il voto del 2 marzo prossimo contribuirà a segnare la lenta e inesorabile caduta di Ahmadinejad. Certamente, il conflitto in atto con la Guida Suprema è per certi versi un chiaro sintomo di un’impasse politica difficile da smaltire; nonché una buona occasione per i conservatori di paralizzare ogni futura mossa del presidente e dei suo sostenitori. Una sorta di ripicca, alla luce degli insuccessi collezionati dalla presidenza Ahmadinejad.

Si avvicina così la fine per il leader iraniano? La pazienza degli ultra conservatori si sta esaurendo e l’indignazione dilaga a macchia d’olio. Non sono serviti tutti gli sforzi del presidente di ricucire lo strappo interno. Deriso dalla stampa nazionale, umiliato dalla Guida Suprema e sempre più osteggiato sul fronte internazionale, al momento Ahmadinejad non sembra in grado né di prevedere né tanto meno di controllare il suo futuro politico. Sempre se ci sarà un futuro politico per lui. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *