Il Pd in difficoltà per giusta causa

By Redazione

febbraio 24, 2012 politica

“Oggi sono più ottimista”. Il segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, rispondeva così ieri mattina, ai cronisti che ieri mattina gli chiedevano se fosse fiducioso o meno su un esito positivo della trattativa tra governo e parti sociali in merito alla riforma del lavoro. “Mi pare che in queste ultime 48 ore – proseguiva Bersani – sia da parte di tutti quelli che sono seduti al tavolo, a cominciare dal governo, ma anche da parte dei commentatori autorevoli, si comincia a tornare ad una consapevolezza che il Paese è nei guai e dobbiamo cercare un progetto comune”.
Un modo come un altro per tirare per la giacca il ministro Elsa Fornero, dopo le dichiarazioni aspre che la volevano tirare dritta per la sua strada sulla via della riforma del lavoro anche qualora il Pd non ci fosse stato.

Quello del mercato del lavoro è un tema potenzialmente esplosivo per le truppe democratiche. I rumors vogliono che il governo si stia orientando su un complesso di norme che ricalchi il modello danese, sulla scorta di quanto fatto dalla Spagna di Mariano Rajoy. Quest’ultimo, nella sua visita in Italia due giorni fa, proprio di questo ha discusso con il presidente del Consiglio Mario Monti. Una strada estremamente divisiva per il partito. Il modello danese, quello della flexsecurity della quale Pietro Ichino, senatore piddino, è alfiere, rimane indigesta ad un’ampia fetta del partito. Non solo al responsabile economia e lavoro del Botteghino, Stefano Fassina. Ma anche all’ex ministro del Lavoro del governo Prodi, Cesare Damiano. Chi ha assistito ad alcuni incontri svoltisi tra i due sul tema, racconta di una sufficienza liquidatoria di Damiano nei confronti del collega giuslavorista.

“Nel Pd c’è la libertà di parola, ma è l’unico partito che ha presentato proposte precise in Parlamento sul lavoro”, si difende Bersani. Incastrato tra l’incudine di una parte del partito che minaccia il putiferio qualora si abbandonasse l’intesa con la Cgil, e il martello delle opposizioni veltroniane e popolari, che cavalcano l’ortodossia riformista di Monti per creare difficoltà al segretario. Che rimanda lo scioglimento del problema: “Quando arriveranno le norme del governo sapremo come confrontarle perché noi abbiamo le nostre proposte che non toccano l’articolo 18, ma toccano la precarietà, gli ammortizzatori, gli incentivi per l’occupazione e in particolare per quella femminile”. “Il punto – ha proseguito il segretario del Pd- è che ne discutiamo solo noi e per questo sembra sempre che noi abbiamo dei problemi”. E non si è nemmeno risparmiato una stoccata al modus operandi del ministro Fornero: “Qualche giorno fa mi era parso che molto tranquillamente si dicesse ‘liberi tutti’, ognuno fa quel che vuole. Io ho semplicemente cercato di sottolinearlo ma oggi sono più ottimista”.

Nonostante l’ostentazione di ottimismo, la situazione continua ad essere complicata in casa democratica. Infuria il dibattito interno sulle possibili attribuzioni di Monti e della squadra dei tecnici alla destra piuttosto che alla sinistra, al riformismo illuminato oppure alla destra liberal-liberista. Una querelle stucchevole, che nasconde una questione sostanziale di fondo: chi sarà il candidato premier alle prossime elezioni? Bersani sa di non poter sostenere politicamente il peso di decisioni così impopolari, e tenta di prendere le distanze. Salvo poi, in prossimità dello strappo, impegnarsi a ricucire. Come ha fatto dopo le polemiche sollevate dall’ipotesi che il Pd si potesse sfilare dalla trattativa sul lavoro in caso di mancato accordo: “Voteremo qualunque tipo di riforma, basta che ci sia l’accordo con le parti sociali”. Al contrario, coloro che caldeggiano soluzioni alternative, cercano di intestare al Pd una piena condivisione delle politiche del governo. Sia per una questione di convincimento politico, che per logorare la segreteria nella lunga marcia verso il 2013.

Un tira e molla evidenziato dalla complessa dichiarazione di Bersani sull’articolo 18: “Occorre una manutenzione dell’applicazione del concetto dell’articolo 18, perché se per decidere un risarcimento o un reintegro ci vogliono sei anni, si sta parlando di cose che non possono esistere”.

O dal giudizio sui primi 100 giorni del governo Monti: “Del governo penso bene, siamo venuti via dal baratro, dal rischio Grecia. Ma certamente adesso rimane il problema di un paese che resta nelle sue difficoltà di ordine sociale e economico”.

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