Quanti voti vale la Cgil?

By Redazione

febbraio 23, 2012 politica

Rompere il tavolo delle trattative “può essere un problema per l’Italia, non per il Pd, il governo o la Cgil”. Non ha tutti i torti il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani, quando auspica che l’esecutivo presti attenzione alle istanze delle parti sociali nella definizione delle nuove regole del mercato del lavoro. Ma commette peccato di omissione. Non ricordando che il filo rosso che lega il suo partito al principale sindacato italiano non è solamente relativo alle intese politiche tra i vertici. L’organizzazione di Susanna Camusso annovera oltre 5,5 milioni di iscritti (5.748.269 per la precisione). Molti dei quali guardano con simpatia al Pd. Secondo uno studio di Maurizio Pessato dell’istituto di rilevazioni Swg, nelle elezioni politiche del 2008 il 62% degli iscritti alla Cgil orientarono il loro voto in direzione del partito allora guidato da Veltroni. Numericamente, si parla di una cifra superiore ai 3,5 milioni di elettori. Oltre un quarto dei cittadini (poco più di 12 milioni) che nel 2008 imbucò nelle urne la scheda per Veltroni premier aveva in tasca la tessera del sindacato della Camusso.

Allargando il campo all’intero arco sindacale, lo studio di Pessato evidenziava che i flussi di voto di tutte le principali categorie tutelate dalle organizzazioni dei lavoratori riequilibravano la drammatica emorragia di voti nel campo degli operatori nel settore privato e dei liberi professionisti. Il 38% del mondo della scuola e il 39% degli impiegati pubblici orientarono la propria scelta in direzione del Pd. Percentuali che schizzavano al 42% se si considerano i pensionati. Il tutto a fronte del 33% del dato complessivo raccolto dal Botteghino alla sua prima prova elettorale di portata nazionale e del deludente 29% racimolato nel popolo delle partite Iva.

La preoccupazione di Bersani, numeri alla mano, non investe solamente le relazioni di potere che i democratici intessono da sempre con le truppe camussiane. Il rischio è quello di perdere per strada fette di elettorato che spolperebbero ulteriormente le esigue  percentuali elettorali del partito. Già oggi in deficit di cinque o sei punti rispetto alla pur non esaltante performance di cinque anni fa. La rivisitazione delle regole complessive del rapporto tra domanda e offerta lavorativa è un argomento che scotta, non essendo confinabile ai problemi della singola sigla di categoria. Senza sottovalutare che a votare democratico furono anche il 35% degli iscritti di Cisl e Uil, e ben il 25% di quelli dell’Ugl, sigla troppo spesso liquidata con semplicismo come la destra dell’arco sindacale.

Se il segretario non vuole rompere con la Cgil, occorre però capire “se il gioco valga la candela”, come osserva Claudio Velardi, direttore di Thefrontpage.it  e profondo conoscitore degli equilibri del Pd. “Con una politica più dinamica su questi temi è vero che il partito perderebbe consensi a sinistra. Ma ne conquisterebbe al centro. Anche perché alla sua sinistra un buon 15% dell’elettorato già si indirizza su altre formazioni”. Un ragionamento che, se ristretto al solo mondo dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, è ineccepibile. Sommando le due categorie, il voto a sinistra del Pd ammontava ad un misero 8%, da spartirsi equamente fra l’Italia dei Valori e la fu Sinistra Arcobaleno. Guardando verso il centrodestra, a partire dall’Udc ma anche considerando Lega e Pdl, che non pochi voti sottrassero ai Democratici, le cifre sono ben più appetibili: ben 51% ha effettuato scelte lontane dalle sponde piddine. Un discorso a parte meriterebbero gli operai – l’altro grande settore ad alto tasso di sindacalizzazione – per la peculiarità della professione e la complessità dei flussi di voto. Anche nelle fabbriche, cinque anni fa il centrodestra batteva largamente il centrosinistra per 54 a 42.

Che la preoccupazione del partito debba orientarsi al centro più che a sinistra è convinzione di Antonio Funiciello, direttore del settimanale di area democratica Qualcosa di Riformista: “C’è una differenza sostanziale tra il funzionariato e la base: il primo è sostanzialmente ostile all’esperienza Monti, la seconda è favorevole, se non entusiasta”. Un ragionamento valido sia per la Cgil che per il Pd: “Sarebbero molti meno i voti che perderemmo in confronto a quanto avremmo da guadagnare in caso di una chiara scelta riformista”, spiega Funiciello. Ragionamento che lo vede concorde con Velardi: “Il problema è che il Pd insegue sempre, reagisce a linee dettate da altri. Non rischia mai sulla propria capacità di orientare l’elettorato”. La soluzione? “Il Pd inizi a fare delle scelte – spiega Velardi – Oggi Bersani dice un giorno una cosa e il giorno dopo il contrario. Rimane in una terra di nessuno, e la gente finisce, giustamente, per accorgersi che manca una proposta politica chiara”.

(l’Opinione)

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