Difesa: bilanci, Pil e sviluppo

By Redazione

febbraio 23, 2012 politica

La querelle sulla partecipazione italiana al programma F-35, il cacciabombardiere multiruolo di quinta generazione chiamato a riammodernare il nerbo delle nostre forze aeree, ha risollevato una questione tanto delicata quanto facile a declinazioni demagogiche, populiste o propagandistiche: a quanto ammontano le spese italiane per la Difesa?

Secondo la rivista Analisi Difesa, per il 2011 gli stanziamenti ammontavano a 14.327,6 milioni di euro, con un leggerissimo incremento (+0,2%) rispetto all’esercizio di bilancio dell’anno precedente. Troppi? Se la cifra può apparire sulle prime esorbitante, una sua contestualizzazione rivela come sia in realtà quasi irrisoria. 14 miliardi di euro annui rappresentano infatti lo 0,92% del pil nazionale, circa 237 euro a carico di ogni cittadino. Un’inezia, se confrontati ai 38,3 miliardi di euro della Gran Bretagna (2,37% di Pil e 617 euro di spesa pro capite), ma anche ai 32,1 della Francia (1,61% del Pil, 496 pro capite), o ai 31,3 della Germania (1,28% del Pil, 384 euro pro capite). Ma si tratta di una cifra lontana anni luce anche dall’obiettivo fissato per i paesi aderenti alla Nato di devolvere alla difesa almeno il 2% del proprio prodotto interno lordo. Se può essere consolante che a rispettare le consegne del patto atlantico, almeno tra le grandi nazioni d’Europa, ci sia solo il Regno Unito, lo è molto meno constatare quanto i “cugini” francesi e tedeschi, pur tirando anche loro al risparmio, investano nella difesa il doppio delle nostre risorse.

Altro grande problema delle nostre forze armate sono poi gli squilibri nel personale. Il numero degli effettivi, infatti, risulta pesantemente sotto organico rispetto ai crescenti impegni cui la Difesa è chiamata a far fronte. Tuttavia sovrabbondano ufficiali e sottufficiali, con un costo inutile per i bilanci ben superiore a quello che si dovrebbe affrontare con un organico ben più numeroso ma meglio distribuito tra i ruoli. Nel gennaio dello scorso anno, Analisi Difesa disegnava su questo fronte un quadro a dir poco desolante. Le esigenze operative delle nostre forze armate richiedevano indicativamente a 22.250 ufficiali, 25.400 marescialli, poco meno di 40mila sergenti e circa 103.800 volontari di truppa, per un totale di circa 190mila effettivi. La realtà dei numeri parlava invece di 178.571 militari, di cui 23.340 ufficiali, quasi 60mila marescialli, vale a dire ben oltre il doppio del necessario, a fronte di appena 15.100 sergenti, ovvero meno della metà del modello di quanto richiesto, e circa 80.860 uomini circa per i volontari di truppa. Ovvero, oltre 20mila soldati semplici in meno.

Ricapitolando: abbiamo meno militari di quanti ne servano, ma, fra  questi, troppi sono dislocati in ruoli di cui non c’è effettiva necessità. Il risultato? Su 14 milioni di euro a disposizione della Difesa per il 2011, ben 9.433 milioni, ovverosia il 65% del totale, se ne sono andati in stipendi. Lasciando a bocca asciutta (o quasi), le spese di servizio, tra cui ad esempio rientrano le delicatissime missioni internazionali (per loro appena 1.440 milioni, ossia il 10% dei fondi disponibili) e gli investimenti (3.453,7 milioni, 24%).

Proprio gli investimenti sono un altro tasto dolente: sono troppo pochi, specie se si considera che i sempre maggiori impegni dell’Italia sugli scenari più delicati del pianeta impongono una forza armata sempre meglio equipaggiata, in grado di operare al massimo della condizione. Sminuire o ignorare tout court il valore politico internazionale di una forza armata all’avanguardia significa abbandonarsi alla retorica perdendo di vista quegli interessi nazionali che non possono non essere adeguatamente tutelati. Senza contare, poi, che nel settore difesa e aerospazio le aziende italiane sono all’avanguardia. Quindi, in sostanza, scegliendo di investire nella difesa, “giocheremmo in casa”, finanziando in larghissima parte il sistema industriale nazionale e creando sviluppo e occupazione, senza dover guardare troppo al mercato estero come gran parte degli altri paesi europei. Lo sa bene il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, che proprio sul fronte F-35 ha scelto di ridurre il numero degli acquisti (da 131 a 90) ma non di cancellare un programma in cui le industrie italiane sono protagoniste. Alenia Aeronautica, Avio, Piaggio, Aerea, Datamat, Galileo Avionica, Gemelli, Logic, Selex Communication, Selex-Marconi Sirio Panel, Mecaer, Moog, Oma, OtoMelara, Secondo Mona, Sicamb, S3Log, Aermacchi, Vitrociset: 40 siti industriali con ricadute economiche e occupazionali in 12 regioni. Dunque migliaia di posti di lavoro (oltre 10mila, si stima). Senza contare le centinaia di tecnici che a Cameri (NO), assembleranno i 200 e più velivoli destinati a Italia, Olanda e Norvegia.

Che serva un netto cambio di rotta nella gestione della Difesa è tema dibattuto ormai da anni. Ma qualcosa finalmente si sta muovendo. È stato lo stesso ministro Di Paola, contestualmente ai “tagli” sull’acquisto dei nuovi caccia, ad aver impresso una notevole svolta nella razionalizzazione delle forze armate: di qui ai prossimi dieci anni ci saranno sempre meno consulenti civili (10mila unità in meno, da 30mila a 20mila), meno soldati (-33mila tra uomini e donne, dei quali il 33% saranno alti ufficiali), e meno strutture inutilizzate (-30% di caserme e altri siti). In ragione di una forza armata più raccolta, ma contemporaneamente più moderna, dinamica, efficiente, meglio armata ed equipaggiata. “È necessario ridurre le ambizioni dello stesso strumento operativo, che dovrà essere più piccolo ma operativamente più efficace” spiega il ministro Di Paola. “Quindi meno unità, meno piattaforme, meno mezzi. Ma tecnologicamente più avanzati, realmente proiettabili e impiegabili, sostenuti da più risorse per l’operatività”. Con l’obiettivo di trasformare le Forze Armate in “uno strumento più piccolo ma con maggiore qualità, e capace di esprimere in realtà un’operatività più qualificata rispetto a quella attuale”.

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