Falchi in Siria, colombe in Iran

By Redazione

febbraio 22, 2012 Esteri

L’esercito siriano continua a mietere vittime (altri 57 morti nella sola giornata di martedì, nell’assedio alla città di Homs) e gli Stati Uniti, che in sede ONU hanno le mani legate dai continui veti dell’asse russo-cinese, cominciano a considerare l’ipotesi di armare i ribelli della Free Syrian Army. È quanto si evince dalle dichiarazioni rilasciate da Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato americano, la quale ha fatto sapere che Washington, sarebbe propenso a considerare atre opzioni più radicali, qualora un’opzione diplomatica risultasse impraticabile.

Nel corso di una conferenza stampa, infatti, la Nuland ha comunque sottolineato che “l’opzione diplomatica resta quella preferita” auspicando che Assad “si allinei alla visione della comunità internazionale” o, quantomeno, “ceda alle pressioni internazionali”. La portavoce del Dipartimento di Stato ha inoltre aggiunto che gli Stati Uniti, al momento, non credono che “contribuire ad un’ulteriore militarizzazione della Siria sia la strada da percorrere”, pur non escludendola a priori. La Nuland, infatti, tiene a precisare che “qualora Assad non cederà alla pressione internazionale gli USA potrebbero essere costretti a valutare misure alternative”. Misure che, secondo gli esperti, sarebbero rappresentate proprio da un contributo diretto alla lotta armata condotta dalla Free Syrian Army.

Ma se sul fronte siriano Washington sembra intenzionato ad utilizzare una politica da falco, sul versante iraniano gli Usa continuano ad agire da colomba. Infatti, nel corso di una visita di una delegazione di senatori repubblicani a Gerusalemme, guidata dall’ex candidato alla Casa Bianca John McCain, è stata confermata la posizione americana nei confronti di un possibile attacco all’Iran.

Proprio il Senatore dell’Arizona, a margine dell’incontro, ha dichiarato ai cronisti che l’Iran è “apertamente impegnato al raggiungimento dell’obbiettivo di distruggere Israele” e che quindi spetta solo a Gerusalemme decidere come agire per difendersi da tale minaccia. McCain, che si è detto certo che il controverso programma nucleare iraniano abbia finalità militari, ha dunque sciolto i dubbi su un eventuale piano di attacco congiunto tra Washington e Gerusalemme lasciando intuire che, almeno per il momento, gli Usa non avrebbero in programma di attaccare l’Iran.

Le dichiarazioni di McCain giungono a pochi giorni dall’intervista rilasciata alla Cnn da Martin Dempsey, figura di spicco dell’establishment militare statunitense, secondo cui sarebbe “prematuro” scagliarsi contro l’Iran, definendolo un atto “che non farebbe altro che destabilizzare ulteriormente la regione” già sconvolta dalle numerose rivolte popolari in corso. Una posizione condivisa anche da Francia e Gran Bretagna che, nel fine settimana scorso, hanno addirittura fatto sapere che un’azione militare israeliana in Iran non sarebbe un atto “saggio”.

Intanto Gerusalemme continua a chiedere un’azione diplomatica più incisiva nei confronti di Teheran, e si dice non pronta a condurre un attacco alla Repubblica Islamica pur non avendo mai escluso del tutto l’opzione. Tutto mentre l’AIEA annuncia il fallimento della missione dei propri ispettori in Iran a causa della scarsa collaborazione mostrata da regime, che invece nei giorni scorsi si era detto pronto a permettere ispezioni approfondite ai propri impianti nucleari.

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