Veltroni Vs Fassina

By Redazione

febbraio 20, 2012 politica

“Un abbraccio, Stefano”. Così Fassina, responsabile economico del Partito Democratico, chiudeva una lettera indirizzata a Walter Veltroni e pubblicata dall’Unità.it a caldo, proprio nel giorno in cui l’ex segretario concedeva a Repubblica una lunga intervista che ha messo a disagio la segreteria democratica. Salvo poi ritrattare la cortesia in un’intervista di ieri sul Quotidiano Nazionale, per tenore e contenuti riassumibile, parafrasando un recente motto popolare, in “Segui la linea del partito, cazzo!”.

Uno scontro che plasticamente mette in luce i due Pd che si affannano a offrire letture diametralmente opposte del governo Monti. Con Fassina impegnato a non avallare le riforme tutt’altro che socialdemocraticheggianti dell’esecutivo dei tecnici (“brutale e iniquo”, per esempio, è stato secondo lui l’intervento sulle pensioni), e Veltroni prodigo di buone parole nei confronti del governo. Con il chiaro intento, oltre a quello di coltivare una precisa linea politica, di logorare la segreteria di Pierluigi Bersani, formalmente impegnata a votare le lacrime e ad avallare il sangue montiano.

Ma la furia di Fassina – una lettera e un’intervista in meno di 24 ore – rivela dell’altro, oltre che un solido e variamente argomentato dibattito sui temi. Anche perché la sonnacchiosa intervista domenicale del fu sindaco di Roma sarebbe scivolata via liscia. Anzi, aveva scontentato per primi i veltroniani, impegnati in un paziente e laborioso lavoro correntizio volto a erodere consensi alla maggioranza. “Nel Pd le correnti stanno allontanando le persone” li ha gelati Veltroni.

Insomma, ragionano nel partito, o Fassina è completamente inetto, ponendo al centro del dibattito un’intervista che sarebbe scivolata via nel giro di qualche ora, o c’è dell’altro. Alcuni bene informati ragionano nel seguente modo: il responsabile economico del Pd è giovane ed ambizioso. Ha capito che la zoppia di Bersani può essergli invalidante per la corsa alla premiership.  E che sta emergendo una robusta tendenza a prefigurare Mario Monti, in prima persona o per interposto tecnico, come possibile deus ex machina dei problemi Democratici. Significativo che l’editoriale di ieri di FrontPage, la rivista di Claudio Velardi e Fabrizio Rondolino, due battitori liberi del variegato mondo del Pd, titolasse “Monti 2013, votato dagli italiani”. Una linea che trova sponda anche nella tendenza delle ultime settimane di Repubblica. “Se perdura una congiuntura del genere – dicono fonti democratiche – Bersani e quelli che stanno con lui sono morti”.

Dinamiche che marginalizzerebbero la linea di chi, come Fassina, sta trovando spazio e visibilità nel sostegno duro e puro ad una linea integralmente socialisteggiante. Quest’ultimo, pur avendo il background politico e culturale per poterlo fare, probabilmente non ha il fisique du role per sostenere senza danni le proprie posizioni di fronte ad un possibile cambio di rotta del partito. Cerca dunque di opporvisi come meglio può. L’incendio che la sua reazione, più che le parole di Veltroni, ha provocato nel partito, induce a pensare che la sua non sia parte di una strategia concordata con il segretario, quotidianamente impegnato in un complesso lavorio volto a non far sfilacciare il partito.

Anche perché le posizioni di Fassina stanno stabilmente travalicando il recinto dei garbati distinguo Bersaniani sui provvedimenti del governo. “Per forza, Fassina non è un socialdemocratico, ma un comunista, viene da quella scuola lì e si muove nel solco di quella mentalità” si osserva causticamente in ambienti veltroniani. Un corsivo di MicroMega ieri attaccava Veltroni rispolverando criticamente proprio il celebre “Non sono mai stato comunista” dell’ex sindaco di Roma. Mentre Gennaro Migliore, di Sel, osservava che “il grande equivoco di Veltroni è stato quello di considerare il liberismo come un fattore innovativo e di cambiamento”. Preso in contropiede, Bersani ha accuratamente evitato di infilarsi nella polemica: “Se Monti sia di destra o meno? Non importa, pensiamo ad uscire dalla crisi”.

Certo è che, per quanto pretestuosa, la domanda che ha posto ieri Salvatore Vassallo, senatore democratico, prima o poi dovrà essere evasa dal gruppo dirigente del partito: “Ma il Pd sta con Monti o con Fassina?”.

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