Morti in Siria? Colpa degli Usa

By Redazione

febbraio 20, 2012 Esteri

Dopo l’ennesimo voto contrario espresso da Pechino in sede Onu per fermare la condanna della repressione del regime siriano, la Cina manifesta il proprio appoggio incondizionato ad Assad lanciandosi all’attacco dell’Occidente. Lo fa con un editoriale al vetriolo apparso sulla prima pagina dell’edizione internazionale del quotidiano di regime Pople’s Daily. Nell’articolo, firmato dal giornalista Qu Xing, che lo stesso quotidiano definisce “esperto di affari internazionali”, l’autore elogia le posizioni di Pechino, chiedendo che il governo prosegua nella sua iniziativa di supporto al regime di Assad e di opposizione ad ogni forma di ingerenza negli affari siriani volta al cambio di regime.

Ma l’autore dell’editoriale si spinge addirittura oltre accusando l’Occidente di fomentare la guerra civile nel paese scrivendo che “se l’Occidente continuerà a supportare le opposizioni siriane sarà inevitabile lo scoppio di una guerra civile su larga scala in Siria”. Aggiungendo che a quel punto “sarebbe impossibile evitare un intervento armato internazionale”.

La Cina – che insieme alla Russia ha mandato su tutte le furie sia l’Occidente che i paesi arabi opponendosi a qualsiasi iniziativa volta a mettere pressione su Assad affinché il leader siriano lasci il potere ed avvii una transizione pacifica nel paese – continua a credere fermamente che l’unica strada percorribile nel paese sia quella del confronto diplomatico. Nelle ultime settimane Pechino ha inviato diversi emissari a Damasco, tra cui il vice-ministro degli esteri Zhai Jun, nell’intento di manifestare il supporto cinese per il piano di Assad. Il quale intende indire un referendum nonché nuove elezioni aperte al multi-partitismo. Ma è evidente che tale iniziativa ha il solo scopo di calmare momentaneamente le acque per permettere ad Assad di conservare il proprio dominio nel paese.

Un governo, quello cinese, che dopotutto non è estraneo alla repressione. Ne sono dimostrazione i gravi fatti che interessano la regione autonoma dello Xinjiang (ai danni della minoranza islamica dei Uiguri) e, soprattutto, il Tibet. Proprio la patria del Dalai Lama, che nel 2008 è stata scenario di una violenta repressione ai danni dei monaci buddisti da parte di Pechino, continua a chiedere a gran voce una maggiore autonomia spesso con gesti di estrema drammaticità.

L’ultimo, in ordine cronologico, è avvenuto la scorsa settimana quando un giovane monaco di soli 18 anni si è dato fuoco in segno di protesta. Un evento drammatico, il ventiquattresimo del suo genere negli ultimi 12 mesi, che non sarà però sufficiente a convincere il Governo cinese a rivedere la propria politica nei confronti della piccola regione meridionale del paese. Dopotutto il Primo Ministro Wen Jiabao ha dichiarato che i gesti di auto-immolazione non godono del supporto popolare e che sono finalizzate esclusivamente a destabilizzare la regione.

Non sorprende dunque che Pechino si schieri dalla parte di un regime repressivo e sanguinario come quello di Assad il quale continua imperterrito ad affogare nel sangue ogni forma di dissenso al proprio regime.

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