La Scozia se ne va?

By Redazione

febbraio 20, 2012 Esteri

L’ultimo argomento di discussione sul referendum per l’indipendenza della Scozia riguarda l’età degli elettori. Perché se il First Minister scozzese Alex Salmond vuole che anche i sedicenni/diciassettenni si rechino ai seggi per scegliere il futuro della loro nazione, lo Scottish Secretary Michael Moore ha ribattuto che non andrebbe concessa ai minori la possibilità di votare. Il ministro britannico ha fatto sapere che la base elettorale deve poggiare sulle condizioni che hanno permesso a Salmond di guidare l’assemblea con base a Edimburgo e tra queste non rientrano gli elettori sotto i 18 anni.

Mancano ancora due anni al referendum, programmato (e non ancora ufficialmente fissato) per il 2014, ma la campagna elettorale è in moto da tempo. Il Primo ministro conservatore David Cameron nei giorni scorsi ha giocato una nuova carta per evitare la fratture, quella dei maggiori poteri concessi al governo scozzese. Un’ulteriore devoluzione una volta appresi i risultati della consultazione. L’intenzione di fondo è quella di mantenere il regno unito, in ogni senso. Cameron, durante un incontro a Edimburgo (il primo da quando la questione è pienamente salita alla ribalta), si è definito unionista sotto ogni aspetto: per scelta, spirito e cuore.

Nell’occasione è accaduto qualcosa di particolare e significativo. Cameron era infatti atteso da Salmond all’ingresso principale di St. Andrews House, sede dell’esecutivo scozzese, ma ha dovuto optare per una porta secondaria nel tentativo di evitare una manifestazione contro i tagli alla spesa pubblica voluti da Londra. D’altronde, la Scozia dipende dalle casse inglesi, dal sistema assistenziale a quello scolastico.

Secondo un sondaggio per conto di Channel 4 News tra un campione di cittadini scozzesi (compresi ragazzi tra i 16/17 anni), il 44% ritiene che sia compito dell’assemblea di Holyrood House stabilire data, quesiti referendari e aventi diritto al voto, mentre il 39% è dell’idea che Londra e Edimburgo dovrebbero trovare un accordo. Solo il 12% è disposto a delegare le scelte a Westminster. Scorrendo i diversi dati raccolti, si nota come la maggioranza degli intervistati più che ad una completa indipendenza guardi con favore a maggiori poteri autonomi. I più confusi sono i laburisti che hanno ammesso di poter cambiare opinione in merito in modo più diffuso che tra i simpatizzanti conservatori (merce rara in Scozia). E lo sono soprattutto quelli dello Scottish National Party, che parrebbero disposti a rinunciare ad una completa indipendenza a favore di un’altra dose di devolution.

Il nodo è principalmente economico. La strategia del leader conservatore è chiara: mettere gli scozzesi di fronte al fatto che se scegliessero di abbandonare Londra, dovrebbero dire addio alla sterlina, «moneta che oggi tutela gli interessi della Scozia come del resto della Gran Bretagna». Salmond, intervenendo alla London School of Economics, ha optato per una linea ecologica, ricordando come la Scozia disponga di un enorme potenziale di energie rinnovabili che la renderebbero autonoma: un potenziale 25% su scala europea dalle maree e un altro potenziale 25% dal vento. E ha aggiunto che dal 1979 le fosse stata concessa una piena libertà di gestione fiscale, oggi la Scozia vanterebbe un patrimonio tra gli 87 e i 117 miliardi di sterline. Potenzialmente, si capisce. 

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