Il governo di Nuova Delhi fa l’indiano

By Redazione

febbraio 20, 2012 Esteri

Giorni di tensione tra Roma e New Delhi per il rilascio di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due militari italiani arrestati in India dopo il mitragliamento di un peschereccio in cui avrebbero perso la vita due pescatori locali. L’incidente è avvenuto mercoledì scorso, a circa 30 miglia dalla costa indiana. I due militari, imbarcati a bordo della petroliera italiana “Enrica Lexie” come parte di una task force anti-pirateria, hanno aperto il fuoco sul natante sospetto, che non aveva obbedito alle ripetute intimazioni di allontanarsi.

I ministri degli Esteri, della Difesa e della Giustizia stanno seguendo gli sviluppi della vicenda, ferma al momento ad un punto morto. A seguito dell’infruttuosa telefonata di sabato scorso del ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, al collega indiano Krishna, una delegazione di esperti dei tre ministeri italiani, # giunta domenica mattina a New Delhi. La delegazione, accompagnata dall’Ambasciatore d’Italia, ha immediatamente incontrato i funzionari indiani per discutere tutti gli aspetti del caso, su cui il Governo italiano ritiene sia competente la magistratura italiana. Per il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si tratta di “un caso ingarbugliato”.

Da parte del governo si è sottolineato che la presenza di militari a bordo di navi mercantili è regolata da una specifica legge italiana che risponde anche alle esigenze delle risoluzioni delle Nazioni Unite in materia di lotta alla pirateria. La Farnesina ha definito la discesa a terra dei due militari un “semplice atto di cortesia” nei confronti del governo indiano. Tuttavia, dopo aver stabilito ieri un fermo di polizia di tre giorni, la procura di Kollam ha ventilato una possibile estensione del provvedimento di 14 giorni. Nelle prossime ore il giudice deciderà se mandare in prigione i due marò, attualmente “ospitati” nella foresteria del corpo di polizia locale.

Troppi però i punti ancora da chiarire. La versione italiana parla di 20 colpi di avvertimento sparati in mare, in acque internazionali. Gli indiani sostengono invece che oltre 60 colpi, esplosi in acque territoriali indiane, avrebbero raggiunto direttamente l’imbarcazione. Se però così fosse stato, il peschereccio non sarebbe mai riuscito a rientrare. Le autorità di Nuova Delhi si rifiutano inoltre di mostrare i cadaveri dei due pescatori uccisi, così come di consegnare i referti degli esami autoptici, che stabilirebbero chi davvero ha esploso i colpi incriminati. Non sono questi i soli elementi che fanno dubitare della buonafede indiana. Perché la petroliera, che si trovava in acque internazionali, avrebbe raggiunto le coste indiane, nonostante la Marina avesse espresso parere contrario? Stando a quanto emergerebbe dalla lettura delle dichiarazioni rilasciate alla magistratura italiana dal comandante della nave, Umberto Vitelli, anche lui trattenuto, la guardia costiera di Bombay avrebbe infatti attirato in porto la “Enrica Lexie” con l’inganno, chiedendo a Vitelli di approdare per operare il riconoscimento di sospetti pirati tratti in arresto. La procedura standard attribuisce ogni decisione sulla manovra al comandante, stante l’accordo con la Compagnia, ma in situazioni delicate come questa solitamente si opera in accordo con le autorità militari e governative italiane.

Qui si apre un altro ingarbugliatissimo filone denso di dubbi e di domande lasciate senza risposta. Recenti sviluppi parlano infatti di un secondo attacco di pirati, avvenuto cinque ore dopo il tentato arrembaggio alla “Enrica Lexie”, che le autorità indiane avrebbero confuso con l’episodio che ha visto coinvolta la petroliera italiana. E il peschereccio, quello con a bordo i due pescatori uccisi, non sarebbe lo stesso messo in fuga dalle raffiche di avvertimento dei marinai italiani del Nucleo militare di protezione. 

Non è affatto scontato, dunque, che a sparare i colpi fatali siano stati i nostri marò, così come sostengono i magistrati indiani. Ci sono troppe incongruenze incompatibili con l’episodio: dai fucilieri imbarcati sulla petroliera sarebbero stati esplosi soltanto 20 colpi, secondo la versione italiana, eppure ben 16 avrebbero raggiunto il peschereccio indiano St. Antony, e almeno due degli altri quattro pescatori a bordo: questo significherebbe che gli uomini del Nucleo di protezione, professionisti appartenenti ad un reparto d’elite, perfettamente addestrati a gestire situazioni come questa, non avrebbero sparato semplici raffiche d’avvertimento a distanza di sicurezza, così come da protocollo.

Incompatibile anche l’ora dell’incidente: l’attacco alla petroliera italiana risale alle 16, ora locale.  Ma dal report di un sito ufficiale di segnalazioni di casi di pirateria, risulta un altro attacco portato ad una petroliera al largo di Kochi verso le 21,50. Protagoniste dell’abbordaggio: due  imbarcazioni con una ventina di armati a bordo. Le stesse per le quali il comandante Vitelli sarebbe stato richiamato sulla costa al fine di effettuare il riconoscimento. Senza contare che, secondo quanto riferito dal “master” della petroliera e dal comandante del Nucleo di protezione, il peschereccio sarebbe diverso per forma e colore (lo testimonierebbero anche alcune foto) da quello oggetto  della “azione dissuasiva” dei marò, sul quale peraltro sarebbe stata notata senza alcun dubbio la presenza di uomini armati.

C’è da sottolineare inoltre che l'”Olympic Flair”, un mercantile battente bandiera greca attaccato dai pirati poche ore dopo L'”Enrica lexie”, ma una decina di miglia più a sud, è molto simile per colore e dimensioni dello scafo alla Lexie. I sopravvissuti del peschereccio indiano, poco prima delle 22, avevano raccontato ad un’agenzia di stampa locale di essere stati colpiti da spari a circa 2 miglia nautiche dalla costa: la strana coincidenza lascerebbe pensare che forse i pescatori avevano ragione, ma che la nave da cui sarebbero partiti gli spari sarebbe stata una diversa dalla petroliera italiana. Non basta: i guardacoste indiani e Maritime Rescue Coordination Centre di Mumbai erano state informate dallo stesso “Olympic Flair” dell’attacco subito, ma nessuno di questi due enti avrebbe comunicato nulla alla stampa. Lo riferisce l’International Chamber of Commerce.

In ogni caso, l’India non ha alcuna autorità per trattenere i militari italiani. Secondo la convenzione di Montego Bay del 1982, infatti, “uno Stato non può fermare o abbordare navi battenti bandiera straniera”. Inoltre, in forza del Codice Militare di Pace e della legge 131/11, i due marò del San Marco sono a tutti gli effetti organi dello Stato italiano, e pertanto intoccabili dalla giurisdizione straniera. Non ultimo: l’incidente è avvenuto in acque internazionali, con i due soldati a bordo di una nave battente bandiera italiana, quindi il compito di giudicarli spetta alla magistratura di Roma.

Frattanto, gli integralisti del Bharatiya Janata Party cavalcano la vicenda per attaccare politicamente l’ex premier Sonia Gandhi, italiana di nascita, nonché presidente del Partito del Congresso Indiano, attualmente al governo. Anche il rigore delle autorità locali potrebbe essere legato dunque ad una precisa volontà politica: da un lato, quella di non far apparire il governo troppo prono alle autorità italiane, dall’altro, quella di non provocare gli ultranazionalisti indù del BJP, il principale partito di opposizione. “Sembra ci sia dietro un progetto, qualcosa che vaga nell’aria. Non capisco”, avrebbe detto al telefono ai parenti Massimiliano Latorre, uno dei due fucilieri fermati a Kollam. 

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