La rivoluzione spagnola

By Redazione

febbraio 19, 2012 politica

Oggi governo e parti sociali tornano ad incontrarsi, per la quarta volta ufficialmente, sulla riforma del lavoro. Il tempo stringe, la fine di marzo è la deadline per il varo della riforma su cui il governo si è impegnato, anche in sede europea. Il «massimo consenso» delle parti sociali è auspicato, ma la riforma s’ha da fare, con o senza accordo (o solo parziale), e «nel volgere di poche settimane». Il nodo resta quello dell’articolo 18, con Cisl e Uil più aperte ad ipotesi di «manutenzione» e Cgil nettamente contraria, anche se non fino al punto di interrompere la trattativa sugli altri temi. Mentre il «dialogo» prosegue, il mondo intorno a noi, che già non conosceva l’anomalia tutta italiana dell’articolo 18, è già cambiato o sta velocemente cambiando. Abbiamo scelto gli esempi di Germania e Spagna. I tedeschi perché sono i nostri principali competitor nell’export e rappresentano la best practice di riferimento in termini di produttività, gli spagnoli perché condividono con noi cultura e vocazione mediterranea, ma anche la prima linea nell’attuale crisi del debito.

SPAGNA – In soli due mesi il governo spagnolo di Mariano Rajoy ha varato la sua riforma del lavoro (e forse di questo Monti parlerà con il collega di Madrid quando giovedì verrà a Roma) per combattere una disoccupazione che sfiora il 23% e aumentare la mobilità in un mercato che pur non conoscendo l’obbligo di reintegro soffre di un dualismo comunque eccessivo tra lavoratori “iper protetti” e “iper precari”.

La flessibilità in uscita quindi è stata ulteriormente accentuata, abbassando il costo dei licenziamenti. Le indennità di licenziamento senza giusta causa per i contratti ordinari a tempo indeterminato sono state tagliate da 45 a 33 giorni per ogni anno d’impiego, fino a un massimo di 24 mesi anziché di 42. Più facili i licenziamenti per causa oggettiva, cosiddetti “low cost”, cioè per problemi economici. Le aziende potranno farvi ricorso qualora registrino perdite, «cadute delle entrate o vendite», durante tre trimestri consecutivi e dovranno corrispondere al lavoratore un’indennità di 20 giorni per anno lavorato fino a un massimo di 12 mensilità. L’obiettivo, in un momento di crisi, è agevolare i processi di ristrutturazione delle imprese, secondo la logica che un ridimensionamento e una riorganizzazione sono preferibili alla chiusura di un’attività. Per questo la riforma favorisce anche la contrattazione aziendale a scapito di quella nazionale o regionale. Le imprese in crisi, infatti, potranno letteralmente sganciarsi dai contratti collettivi di settore, ricontrattando con i propri dipendenti tempi di lavoro, funzioni e retribuzioni.

La riforma non ha risparmiato il pubblico impiego. Enti, organizzazioni o entità della pubblica amministrazione, infatti, qualora per nove mesi si trovino in deficit di bilancio potranno licenziare i dipendenti privi della qualifica di «funzionario» senza filtro giudiziale, ma corrispondendo loro un’indennità uguale a quella che spetta ai dipendenti del settore privato. Una norma che interessa 685 mila lavoratori sul totale dei dipendenti pubblici spagnoli, che sono 3,1 milioni. Di fatto, in realtà, di questi 685 mila solo una minima parte, circa 100 mila, ha un contratto a tempo indeterminato, mentre gli altri avendo un contratto a termine o precario erano già licenziabili. Dunque, la norma ha più che altro un valore simbolico, infrange il tabù dell’intangibilità del posto di lavoro pubblico, ora a rischio non solo per motivi disciplinari ma anche per motivi economici e organizzativi delle amministrazioni pubbliche.

GERMANIA – Se in Spagna la legislazione del lavoro sta rapidamente cambiando, in Germania le riforme Hartz (ex capo del personale Volkswagen) hanno ristrutturato mercato del lavoro e welfare nel 2002-2003 e, insieme ad un abbattimento di spesa pubblica e tasse di oltre 6 punti di Pil, hanno già prodotto i loro frutti. Da una disoccupazione record del 10% (con punte del 18% nella ex Germania Est) si è passati al 5,5% del gennaio di quest’anno. In Germania di fronte ai licenziamenti senza giusta causa, laddove il lavoratore ricorra alla tutela giudiziale, il reintegro è solo un’opzione, non un obbligo per i giudici, che infatti optano per l’indennizzo. Il lavoratore che rinuncia subito al ricorso riceve un risarcimento pari alla metà dello stipendio mensile per ogni anno di lavoro svolto. In Italia a spaventare le imprese non c’è solo la mancanza di un’alternativa al reintegro, ma soprattutto l’assenza di un tetto all’eventuale risarcimento del danno, per cui il datore non può prevedere il rischio massimo in caso di sconfitta in giudizio, data la durata incerta delle cause. Tornando alle riforme Hartz, il sussidio di disoccupazione, a carico per lo più delle imprese, è stato ridotto da 32 mesi ad un range da un minimo di 12 ad un massimo di 18 mesi, in base all’anzianità lavorativa, per un importo pari al 60% del salario (67% con figli a carico). Il diritto al sussidio decade se il lavoratore rifiuta una nuova occupazione e non è più cumulabile, come in precedenza, con l’assegno sociale di indigenza, a  carico della fiscalità generale. Per ridurre la precarietà i tedeschi non hanno abolito i contratti atipici istituendo un contratto unico a tutele crescenti, come alcuni vorrebbero in Italia, né hanno elevato il loro costo fiscale e contributivo per renderli svantaggiosi, perché ciò avrebbe semplicemente fatto perdere quei posti di lavoro, o li avrebbe costretti a sopravvivere in nero. E’ stata invece innalzata fino a 400 euro la quota di salario completamente defiscalizzata, mentre fino a 800 euro l’aliquota fiscale e contribuitiva è del 10%.

ITALIA – Per l’Italia, che si accinge ora a riformare il mercato del lavoro e il welfare, seguire questi esempi  non è una questione di principio – siccome lo fanno gli altri è giusto che ci adeguiamo anche noi – ma di necessità economica: se il nostro sistema rimarrà anche solo di poco più rigido rispetto a quello dei nostri competitor più vicini a noi, culturalmente (gli spagnoli) o per capacità di export (i tedeschi), gli investimenti tenderanno a confluire da loro. Persino le imprese italiane potrebbero ritenere più conveniente spostare le loro produzioni in Spagna.

L’impressione è che ormai l’articolo 18 – la cui modifica è una delle richieste avanzate esplicitamente dalla comunità finanziaria americana a Monti – subirà una qualche forma di «manutenzione». Ma il rischio è che l’esigenza politica del governo di riuscirci se non con l’accordo, almeno senza umiliare i sindacati e il Pd, produca un compromesso al ribasso. Per esempio, la mera sospensione in via sperimentale, e limitata alle nuove assunzioni, dell’obbligo di reintegro nei casi di licenziamento per motivi economici; l’introduzione, in cambio, di un contratto unico a tempo indeterminato, invece di limitarsi a semplificare la selva di contratti atipici; un sussidio di disoccupazione troppo generoso per costo e durata.

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