Come sopravvivere al cattivo rating #2

By David Crescenzi

febbraio 19, 2012 politica

Pubblichiamo in due puntate la “Guida per investitori intergalattici ai padroni dell’universo: le agenzie di rating”. Eccovi la seconda ed ultima parte. Qui invece trovate la prima.

Ora, ne è passata di acqua sotto ai ponti da quando nel 1909 lo statunitense John Moody inventò il giudizio sul merito di credito degli emittenti e, se le agenzie di rating sono ancora qui, è perché hanno certamente saputo dimostrare una certa affidabilità nelle loro valutazioni. Ma figurano anche notevoli lati oscuri nella loro attività. Delle criticità che esistevano già prima di questa crisi ma che, semplicemente, nessuno ha voluto vedere fintanto che tutti facevano un mucchio di soldi nell’el dorado della finanza. La chiave di volta per penetrare le zone d’ombra che avvolgono questa complessa realtà potrebbe dischiudersi a noi partendo da una semplice domanda: come si sostengono questi colossi dal fatturato annuo multimiliardario? Le agenzie di rating sono imprese che producono informazione ma a pagare questa “merce” (Menesini) non sono i suoi fruitori finali, ossia gli investitori che sembrano riceverla gratis et amore Dei, bensì nientemeno che gli emittenti valutati. E’ vero infatti che Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch e tutte le altre sigle di questa galassia (peraltro oligopolistica) effettuano anche valutazioni non remunerate (ccdd. unsolicited ratings, che riguardano soprattutto il “sovereign risk”, cioè le probabilità di insolvenza da parte di debiti sovrani statali), ma l’ambito sicuramente più inflazionato è quello del rating concesso su richiesta del cliente (cd. solicited rating) che, se vuole far guadagnare placing power alle proprie emissioni agli occhi degli investitori deve accompagnarle con una certificazione sul rischio di credito (il che è addirittura necessario per legge negli USA). Ma c’è di più: nei “contratti di rating” stipulati con i nostri padroni dell’universo i valutati si obbligano a remunerarli non in base ad un compenso fisso sibbene in percentuale sul controvalore dei titoli emessi. Questo significa che gli introiti del rater saranno direttamente proporzionali al successo dell’operazione! Per dovere di completezza va rilevato en passant che questi contratti prevedono altresì l’obbligo per l’agenzia di effettuare il giudizio secondo i principi propri del settore (che sono poi i doveri di indipendenza ed obbiettività consacrati ad esempio nel codice di condotta promosso dall’ International Organization of Securities Commissions, di cui fa parte per l’Italia la Consob). Ma, al di là di ciò, risulta evidente il conflitto d’interessi inestricabilmente connesso a questa attività, un conflitto che è doppiamente rilevante se si considera che tali agenzie non sono delle opere pie, ma delle imprese in forma societaria partecipate da altri emittenti privati ben presenti sul mercato (e che quindi non sono solo i loro clienti ma anche i loro proprietari, cioè i padroni dei padroni dell’universo, per riprendere Pavese il quale, ad esempio, ricorda che: “Il primo azionista di Moody’s, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009 secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway”). Ora, come fugare il sospetto (di per sé già pericolosissimo per gli equilibri di un mercato che deve essere trasparente) che questi mostri sacri della finanza addomestichino lo strumento del rating per esercitare pressioni su Stati e privati in funzione dei desiderata dei loro padroni e clienti? Del resto potrebbe già essere accaduto agli albori di questa crisi, quando le investment banks dopo aver concesso senza le dovute garanzie mutui residenziali ad alto rischio (i famosi subprime), attraverso operazioni di cartolarizzazione, li trasformarono in bond e ne richiesero il rating alle agenzie che (dietro pagamento di lucrose commissioni) li valutarono sin troppo ottimisticamente (spesso addirittura con la tripla A); quindi le banche si disfecero di queste obbligazioni tossiche rivendendole sul mercato dove, per contro, molti operatori (pensiamo ai Fondi che raccolgono il capitale dei piccoli risparmiatori) si trovarono sommersi da questi titoli junk (spazzatura) perchè costretti a comprarli, in quanto le leggi statunitensi impongono a tali soggetti di investire solo in bond di categoria AAA. Il motivo di quest’obbligo? Ironia della sorte, la tutela del risparmio.

Il problema è che, anche di fronte a debacles di questa portata delle agenzie, è difficilissimo far valere le loro responsabilità giacchè, giuridicamente, le loro non sono raccomandazioni di investimento ma solo opinioni, protette pertanto dalla libertà costituzionale di manifestazione del pensiero, superabile solo fornendo la prova (spesso diabolica) di una loro negligenza rilevante oppure di una vera e propria collusione con l’emittente valutato. Viene così a determinarsi una condizione molto simile a quella dell’azzardo morale, nel senso che il soggetto in cui il mercato ripone la sua fiducia (il rater) non è incentivato ad agire in modo responsabile perché, se anche dovesse sbagliare, sa già che ragionevolmente non sarà lui a dover pagare.

E’dunque all’imperativo categorico di una maggiore responsabilizzazione degli operatori del mercato che il Leviatano deve informare i suoi passi futuri, se davvero vuole riprendersi le quote di sovranità che ha ceduto al Moloch della finanza. Si tratta di un progetto ambizioso che richiede una risposta corale della Comunità degli Stati attraverso nuove e più stringenti regole internazionali; un progetto che è tutto in salita e su cui forse oggi non scommetterebbe un soldo bucato nemmeno Alekseij, il giocatore di Dostoevskij, perché troppo e troppo forti appaiono i potentati da intaccare, i mostri sacri da detronizzare, come nella più tipica delle titanomachie. Emblematico suona in tal senso il monito lanciato in un’intervista a Jim Lehrer nel 1996 dal Pulitzer Thomas Friedman, per cui: “Ci sono due superpotenze nel mondo oggi. Ci sono gli Stati Uniti e Moody’s [ma il discorso è estensibile anche alle consorelle]. Gli Stati Uniti possono distruggerti bombardandoti e Moody’s declassandoti. E credimi, non è chiaro a volte chi sia più potente”. Ma, come direbbe Reagan, è in questa sfida e, soprattutto, nella prospettiva di vincerla che noi tutti abbiamo il nostro “rendez-vous col destino” perché, in quanto parte attiva di questa comunità politica acciaccata che sono gli Stati, dobbiamo fare nostra la battaglia per riprenderci la sovranità perduta. Senza timori reverenziali verso chicchessia: nemmeno verso i padroni dell’universo.

Leggi la prima parte dell’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *