Berlinale 2012: promossi e bocciati

By Redazione

febbraio 19, 2012 Cultura

Per sopravvivere a un festival cinematografico e ai film che da esso piano piano invaderanno le sale italiane, è bene forse adoperare un vademecum con il codice binario “buono ” e “no buono”. E con la variante a metà tra le due categorie dello spirito.  Con un’avvertenza in premessa, per un cinefilo vale sempre la pena di vedere qualsivoglia “boiata”. Se non altro per sommergerla con il giudizio definitivo, con l’ordalia divina dello spettatore. Ma siccome ormai un biglietto costa anche 8 euro, e non è affatto per tutte le tasche, chi scrive sente il dovere morale di avvertirvi prima su ciò che vedrete man mano nei prossimi mesi. Di modo che  non sentiate quella soggezione psicologica e culturale che vi porta a vedere “qualsiasi cosa”, solo perché confezionata con il marchio “Festival di Berlino”. Con il risultato di trovarvi cornuti e mazziati, cioè delusi dal film e con 8 euro in meno in tasca. Che se ci mettete la fidanzata e magari “un’amica che quella si porta sempre appresso”, e tanto dovete pagare voi, comincia a fare un bella cifra. Per non parlare di chi tiene famiglia.

Cominciamo da “no buono”: “Diaz” di Daniele Vicari è una pellicola da inserire in questa bolgia. E non solo per ovvi motivi ideologici. C’è anche un problema di sceneggiatura per cui Elio Germano, che dovrebbe essere l’attore protagonista, viene seguito fino al proprio ingresso nella scuola della cosiddetta “macelleria messicana”. Ma una volta insieme agli altri ragazzi del Genoa social forum, regista e sceneggiatore se lo scordano e lo vedremo insieme a tutte le altre comparse solo nel ruolo del picchiato e ricoverato in ospedale.

Si potevano tranquillamente risparmiare il suo budget, se dovevano utilizzarlo così. Per il resto la pellicola si approfitta della realtà come venuta fuori dalle carte processuali spacciandola per oggettiva e a volte idolatrandola. La scena del celerino che si squarcia da solo il giubbetto anti proiettile con un coltello da sub è la trasformazione di un’ipotesi dell’accusa mossa dai pm genovesi in un elemento cardine della sceneggiatura. Sicuramente a Genova e a Bolzaneto gli agenti della polizia italiana hanno scritto una delle peggiori pagine della storia delle forze dell’ordine del Bel Paese. Ma fare finta che nella scuola non ci siano stati nascosti anche i famigerati black bloc è una forzatura.

Per cui, se ad esempio non siete “zecche” ideologizzate senza sé e senza ma, questi otto euro, anche a fronte della durata di oltre due ore del film, che secondo chi scrive è sempre un demerito di sceneggiatore e regista, ve li potreste risparmiare. Domenico Procacci della Fandango se ne farà una ragione.

“Buono”: in tutti i festival i meglio film sono fuori concorso. Fa scuola Woody Allen che a Venezia fa sempre questo giochetto: togliere agli altri il palcoscenico mediatico senza rischiare le forche caudine di una giuria che comunque sia i film comici, a Venezia come a Berlino, a Cannes come a Roma, raramente li premia. Lo stesso dicasi per i film d’azione. Alla sessantaduesima Berlinale, il fuori concorso, veramente bello, che merita di essere visto subito quando sarà distribuito in Italia, è sicuramente stato “Shadow dancer” di James Marsh. Protagonista: l’ottimo Clive Owen, che interpreta  l’agente Mac, bravissimo nel  riuscire a conquistare una terrorista dell’Ira all’Mi5, i servizi segreti di Sua Maestà. Lei è giovane, convinta combattente, vittima della sua famiglia che la guerra gliel’ha infusa nella testa dal giorno della morte del fratellino piccolo durante un episodio di guerriglia a Belfast. Per la sicurezza della donna, Mac non riesce a  garantire quanto promesso. Entrambi i  contendenti in lizza, Ira e Mi5, si combattono senza quartiere e ancora meno  scrupoli. Per lei, d’altra parte, la famiglia viene prima di una vita senza paura e naturalmente ci starà anche l’innamoramento con il suo angelo custode. Un amore che tuttavia non garantirà affatto un lieto fine alla cosa. Motivo in più per andare a vedere il film in questione.

“Mezzo buono e mezzo no buono”: a questa definizione da girone degli ignavi di dantesca memoria possiamo iscrivere d’ufficio un film che dura due ore e mezza secche, “The flowers of war” del maestro della “foresta dei pugnali volanti” Zang Yimou. Cioè il più o meno consapevole emulo di Ang Lee de la  “Tigre e il dragone” . “Perché?” , direte voi, “forse non sopporti i film cinesi?”. Diciamo che a farci propendere per il mezzo pollice verso è innanzitutto l’inutile lunghezza della pellicola. Poi l’utilizzo di Christian Bale in maniera così gigiona da renderlo pressoché indistinguibile dal suo sosia cinematografico Jim Carrey. Infine, non se ne può più di questo rancore anti-giapponese da parte di questi maestri del cinema cinese. Per descrivere le atrocità seguite alla capitolazione di Nanchino nel 1937 non stava scritto nei libri di Confucio di raffigurare i soldati giapponesi come sordidi violentatori pedofili di scolarette cattoliche. Mi si dirà: “è tratto da una storia vera”. Sicuramente, ma quante di queste storie vere hanno riempito la seconda guerra mondiale ? E quante volte i cattivi e i buoni si sono trovati da ambo le parti? Avete idea, ad esempio, di cosa fecero a Berlino i soldati dell’armata rossa con le ragazzine tedesche di tredici-quattordici anni nell’aprile del 1945? Ecco, fatta la tara a tutte queste considerazioni, il film che racconta del sacrificio delle prostitute cinesi per salvare le seminariste di Nanchino è anche un bel film. Ma la tara resta.

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