Come sopravvivere al cattivo rating

By David Crescenzi

febbraio 18, 2012 politica

Pubblichiamo in due puntate la “Guida per investitori intergalattici ai padroni dell’universo: le agenzie di rating”. Eccovi la prima parte.

In un panorama internazionale dominato dalla più feroce crisi finanziaria che si ricordi dal 1929 ad oggi, anche al più strenuo teorico del centralismo statalista si rende manifesto come il tempo del Leviatano volga oramai al tramonto. Questo si deve in gran parte alla scarsa lungimiranza delle classi politiche occidentali del passato che, per ovviare alla crisi fiscale della Socialdemocrazia, pensarono bene di indebitarsi su nuovi (e meno controllabili) versanti: di qui il ricorso sempre più massiccio alla vendita di titoli del Tesoro all’azionariato di mercato. Sembrava l’uovo di Colombo. Perché dannarsi tanto a far quadrare i conti quando c’era un mercato pronto a farci sempre nuovo credito? Con buona pace delle rivendicazioni di sovranità che si levano oggi da parte degli Stati Nazione sempre più ostaggio delle decisioni di istituzioni finanziarie internazionali, hedge fundse altri colossi privati, è stata proprio questa irresponsabilità che ci ha precipitati nel gorgo di poteri economici che non conoscono frontiere, che impongono la loro primordiale legge del più forte, scalzando così le conquiste del pensiero civile che secoli di lotte hanno consacrato nelle costituzioni contemporanee. Potentati che, per dirla con Vittorio Menesini, e per assurdo che possa sembrare, spesso non hanno nulla a che fare con l’idea di mercato, inteso come motrice di ogni innovazione favorevole all’uomo e spazio di libertà e non di neo-corporativismo. In buona sostanza, è stato proprio il Leviatano a dare linfa a quello che sarebbe poi divenuto il nuovo mostro dei nostri tempi: il Moloch dell’entropia economico-finanziaria che tanto spaventa le nomenklature politiche (e ancor più l’uomo qualunque) che, non sapendo più come fronteggiarne i volubili appetiti, solo ora stanno cercando di mostrare quell’austerity che, invero, in molti ritengono tardiva e anzi addirittura inopportuna perché inserendosi in economie arrancanti non farebbe che alimentare nuovi fenomeni depressivi (così il Nobel per l’economia Paul Krugman). La verità è che, alla stregua dell’immediato post 1929, nessuno sa bene cosa si debba fare né dove si stia andando. Come nei sogni oscuri dipinti da Goya o nelle regioni dell’irrazionale narrate dalla penna di H.P. Lovecraft, la paura ha il volto coperto di ciò che incombe ma ancora non si rivela. O almeno fin quando non sia troppo tardi. Gli ingredienti di questo refrain ossessivo sono noti: ennesimo riacutizzarsi della crisi greca e declassamenti a cascata sui debiti sovrani europei da parte dellecredit risk agencies. E’ il nietzschiano “eterno ritorno dell’eguale”. E non sarà un improbabile indagatore dell’incubo partorito dalla fantasia di Tiziano Sclavi a cavarcene fuori, anche se il suo quinto senso e mezzo potrebbe far davvero comodo ai vari Merkel-Sarkozy, magari aiutandoli a rinvenire una qualche ricetta che, rimarchiamolo, ancora non hanno e di cui invece si avverte un gran bisogno, per imprimere una rotta salda, univoca e sensata a questa grottesca Europa in cerca d’autore, orfana di unagovernanceche i mercati e i cittadini possano ritenere finalmente affidabile.

Ma se questo è lo stato dell’arte, cosa possiamo fare nel nostro piccolo? Prima di tutto sforzarci di capire il mondo che ci circonda, ossia andare alla ricerca dei costituenti di questa entropia che spesso trova degli insospettabili alleati proprio in una serie di operatori che, per contro, sarebbero istituzionalmente deputati a garantire il corretto e sano funzionamento del mercato. Ma che cosa intendiamo per mercato sano? E quali sono questi suoi anticorpi troppo spesso trasfiguratisi in pericolosi agenti patogeni?

Per parafrasare Andrea Guarini, nell’ambito della nostra società post-industriale il mercato non è più riconducibile alla mera nozione di “luogo” fisico o (nel caso dell’ e-commerce) virtuale in cui domanda ed offerta si incontrano dando vita ad una serie di contrattazioni aventi ad oggetto lo scambio di prodotti e servizi. Ormai esso si compone di un nuovo formante, e cioè  l’informazione commerciale (sia essa uno spot pubblicitario o una recensione indipendente). Questa contiene sempre in sé un giudizio sui prodotti e sui servizi cui si riferisce ed esercita un’influenza decisiva sulle decisioni commerciali dei consumatori, soprattutto quando promani da soggetti che siano percepiti come “terzi” rispetto all’oggetto della valutazione. Questa è infatti l’essenza del principio di trasparenza: posto che gli attori economici compiono tendenzialmente solo scelte razionali, è necessario che quello che è “l’arbitro primo del mercato”, ossia il consumatore (es. investitore), conosca e comprenda, in termini di certezza e verità, tutti i dati di cui ha bisogno per assumere una decisione commerciale consapevole. Solo così potrà operare in concreto la scelta più vantaggiosa per lui stesso, premiando al contempo l’offerente più meritevole, cioè quello che attraverso duro lavoro, sacrificio ed innovazione sia riuscito a predisporre al miglior rapporto qualità-prezzo il prodotto cercato dal primo.

Ora, nel mercato degli strumenti finanziari (quello dei famigerati bond emessi da Stati e imprese private per reperire i capitali necessari a finanziare le loro attività), l’influenza di tali valutazioni raggiunge livelli parossistici per l’investitore medio, giacché il prodotto che gli viene offerto esiste solo in quanto “appaia” per il tramite di un’informazione che glielo rappresenti: infatti, se devo collocare i miei risparmi su un qualche servizio di investimento, cioè un bene complesso e dematerializzato di cui non posso avere percezione fisica, dovendomi orientare nella selva oscura di emittenti che vogliono piazzarmi i loro bond assicurandomi (solo sulla loro parola) che ad una certa data riavrò indietro capitale più interessi, ebbene, va da sé che non gli crederò sulla fiducia. Voglio dire, sono i miei soldi. E allora, se non vorrò tenerli sotto il materasso, a chi guarderò per scegliere su chi scommettere se non ad un analista indipendente che si prende la briga di indagare per me la solidità finanziaria o meno di ciascun emittente, salvo poi comunicarmi l’intera mole delle sue rilevazioni con un giudizio sintetico che io possa immediatamente comprendere (in pratica una pagella: a quello do una bella tripla A a quell’altro una brutta D)?

Questo analista è la credit rating agency. Trattasi di un soggetto che, a differenza di colossi come le investment banks (vedi Lehman Brothers), non svolge una propria attività di investimento. Questo significa che non sembra possa avere alcun interesse a trasmettere al mercato informazioni artefatte e mendaci sugli emittenti valutati, visto che tanto poi non potrebbe operare proprie scelte di investimento in controtendenza con le informazioni divulgate (es. perché dovrei dire “comprate quel titolo”, che solo io so essere tossico, se tanto io non lo possiedo e quindi non ho necessità di liberarmene rivendendolo?). Se a questo si aggiunge l’elevata professionalità dei raters, ecco il motivo per cui queste valutazioni sono percepite come assolutamente credibili ed imparziali. Al punto che, come ha scritto Bufacchi su Il Sole 24 Ore, oggi “un’obbligazione senza rating è come una bottiglia di vino senza etichetta”, sicché non ci inganna un’altra penna della testata di Confindustria (Fabio Pavese) quando ricorda che almeno i maggiori colossi del settore (Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch) siano spesso stati chiamati “i padroni dell’universo-finanza”. Dunque, è solo nel momento in cui una di queste agenzie mi informa su chi siano “i migliori” e i “peggiori” che io investitore mi sento in condizione di optare per una delle due seguenti scelte: 1) se non voglio rischiare (ed è la stragrande maggioranza dei casi, almeno per la galassia dei piccoli investitori) metterò i miei risparmi in obbligazioni investment grade (quelle dei primi della classe) e mi rassegnerò al fatto che mi frutteranno interessi bassi perché sono consapevole che tanti altri, oltre a me, avranno operato la medesima scelta conservativa (infatti, se la domanda è comunque alta, l’emittente non avrà bisogno di offrire rendimenti particolarmente elevati per attrarla e così potrà disporre di maggiori risorse per operare investimenti, per esempio su lavoro ed innovazione). 2) Se invece sono un fan del Gordon Gekko di Stone e voglio giocare d’azzardo come uno yuppie d’altri tempi (fondamentalmente perché posso permettermelo), allora proverò a piazzare il mio capitale in un servizio di investimento speculative grade (cioè in un emittente che, vista la nomea non positiva di cui gode, dovrà offrire interessi molto più alti per attrarre almeno qualche gambler).

Comunque, in ambo i casi, affinchè si realizzino i corollari del principio di trasparenza l’importante è che io sappia cosa sto comprando.

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