Lavora meglio chi è disposto a tutto

By Redazione

febbraio 17, 2012 politica

Secondo i giovani della Cgil, i lavori manuali sarebbero addirittura mestieri degradanti: se fai il meccanico, il parrucchiere, o l’idraulico, fai un mestiere di serie B. Un lavoro “che inficia” le tue prospettive di carriera. Sono le testuali parole utilizzate ieri mattina su Twitter dai ‘Giovani non più @dispostiatutto’, il profilo ufficiale dei giovani della Cgil, per commentare i dati della Cgia di Mestre secondo cui ragazze e ragazzi italiani avrebbero lasciato vacanti oltre 42mila posti di lavoro perché considerati “non all’altezza” delle proprie aspettative. Insomma, a detta dei sindacalisti in erba, i giovani italiani farebbero benissimo a snobbare questi genere di posto fisso, considerati più una palla al piede che un’opportunità. Molto meglio essere dei rispettabilissimi disoccupati, piuttosto che abbassarsi a fare messe in piega, servire cappuccini o sistemare spinterogeni.

Che proprio il movimento sindacale maggioritario dei giovani lavoratori italiani scivoli nel classismo dei mestieri è già di per sé incomprensibile. Ma che, oltre a definire ‘non all’altezza’ lavori onorabilissimi, affermi senza mezzi termini che questi stessi lavori possano compromettere la carriera futura e le aspirazioni dei giovani, rasenta l’assurdo. “Le prime esperienze lavorative determinano carriera e aspettative di reddito” sostengono i giovani non più disposti a tutto. “Purtroppo – proseguono – i dati dicono che chi, legittimamente e per necessità, accetta ogni lavoro, poi viene penalizzato nel mercato”. Ma è davvero così? Nient’affatto. Mc Donald’s, ad esempio, valuta i suoi manager anche in base a come se la cavano sgobbando sulle friggitrici. In Alpitour fai carriera se sai essere all’occorrenza il tuttofare del villaggio. E sono solo gli esempi-tipo che le grandi aziende fanno ai giovani neolaureati rampanti e in cerca di opportunità. Notapolitica ne ha parlato con Paolo Longhi, Director di Cegos Search Italia. L’azienda per la quale lavora è una delle maggiori realtà a livello mondiale nel campo degli “head hunter”, i “cacciatori di teste” che, per conto delle imprese, vanno in cerca dei profili migliori da inserire nel personale. Ed è lui stesso a dire che nel curriculum tutte le esperienze lavorative, anche se non strettamente attinenti, possono contare moltissimo.

Perché?
Ad un giovane candidato in un’azienda non viene chiesto tanto il sapere, perché essendo laureato si dà per scontato che l’Università l’abbia formato. Non viene nemmeno chiesto il saper fare, che verrà impartito direttamente dall’azienda. Quel che interessa davvero è ciò che gli esperti chiamano il “saper essere”, e soprattutto il “saper diventare”.

“Saper diventare”?Cosa significa?
Il potenziale umano, lo spessore personale. Come si valuta il “saper essere”? Dalle esperienze, da quello che ha fatto durante gli studi. Ad esempio se ha studiato fuori sede, oppure no. Se si è mantenuto agli studi da solo, o con la “paghetta” dei genitori. Se è stato all’estero, se ha imparato altre lingue. Queste esperienze fanno ormai parte integrante di un curriculum, perché chi cerca un giovane da assumere non ne cerca uno pronto “chiavi in mano”: cerca una figura da sviluppare nel tempo, quindi ne valuta soprattutto le potenzialità. E gli unici elementi a disposizione di un head hunter o di un direttore del personale per valutare queste potenzialità sono le esperienze personali dei candidato.

In sostanza, molto meglio un aspirante manager che si è mantenuto facendo il cameriere piuttosto che uno che non ha fatto nulla se non aspettare un lavoro da manager?
Se vogliamo estremizzare il concetto, sì. E forse in futuro sarà sempre più così. Nessuno ha fatto lo stesso tipo di percorso per diventare, ad esempio, responsabile del personale in un’azienda. Quindi significa che non esiste una “ricetta” per diventare responsabile del personale. Quello che esiste, però, è la capacità di saper apprendere da ogni situazione. Ovviamente, un giovane che ha iniziato prima degli altri a mettersi in gioco, a stare dentro un budget, a prendere decisioni sotto stress, avrà molte più possibilità. Le esperienze, se le ritrova soltanto chi ha già maturato un certo tipo di vissuto “sul campo”.

Quindi non ci sono lavori di “serie b” che precludono una carriera?
No. Prendiamo di nuovo l’esempio del cameriere che riceve un feedback negativo dal cliente. Quante volte sul lavoro capita che il tuo capo, che poi in sostanza è il primo cliente di ciò che fai, ti dice che hai fatto un lavoro pessimo? C’è chi davanti ad una sfuriata gira i tacchi, chi chiede spiegazioni, chi dice “mi perdoni, torno con un altro piatto”. Certo, non è che il lavoro da cameriere ti insegni a fare il direttore del personale, ovviamente. Ma di sicuro aiuta a cavarsela meglio”.

E nessuna azienda si sognerebbe di rifiutare il posto a chi sa come cavarsela. 

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