Un “liberale” a Pechino

By Redazione

febbraio 15, 2012 Esteri

In questi ultimi giorni ne sono successe, di cose. L’Impero di Mezzo è stato costretto ad affrontare un villaggio ribelle nella sua provincia più ricca – Wukan, nel Guangdong – che non voleva sottostare alla corruzione dei dirigenti comunisti; un’insurrezione violenta come non mai in Tibet, dove almeno 16 fra monaci e monache buddiste si sono dati fuoco per protestare contro la mancanza di libertà religiosa; la visita di un capo di Stato, Angela Merkel, che non si può intimorire o convincere a stare zitta.

Eppure Pechino è sembrata insolitamente quieta. Certo, ha mandato il capo del Segretario comunista a trattare con i contadini ribelli: ma questi hanno ottenuto la rimozione dei leader locali e la nomina di un comitato di rappresentanti eletti. Ha imposto al Partito del Tibet di usare “ogni mezzo a disposizione” per mettere un freno alle auto-immolazioni dei religiosi buddisti, ma non ha schierato (come fece quattro anni fa) i soldati e i carri armati. Ha impedito a un dissidente di parlare con il Cancelliere tedesco, ma non è riuscita a fermare l’incontro fra la Merkel e il vescovo cattolico di Guangzhou (che voi ignoranti chiamate Canton).

Che succede in Cina? Il Partito si sta rammollendo, proprio ora che – con la caduta dei regimi arabi – potrebbe divenire l’ultimo grande regime esistente al mondo? Niente di così drammatico. Semplicemente, Pechino si prepara per il 18esimo Congresso generale del Partito. Che, nella prima decade di marzo, si prepara a incoronare la Quinta Generazione di leader. Dopo Mao Zedong, Deng Xiaoping, Jiang Zemin e Hu Jintao è arrivato il momento di Xi Jinping.

Pur essendo figlio di un generale dell’Esercito di liberazione popolare guidato da Mao (oddio, non proprio da lui ma lasciamo perdere), Xi sembra essere un politico vicino all’area riformista del Pcc. Non proprio un liberale, nessuno a quei livelli può esserlo, ma comunque non un fondamentalista. Inoltre, è il primo leader cinese a non avere le mani sporche di sangue.

Mao e Deng non hanno bisogno di presentazioni, Jiang Zemin fu il capofila della repressione della classe operaia in nome della modernizzazione, mentre Hu Jintao (in pochi lo ricordano) era Segretario del Tibet in quel famigerato 1989 che vide piazza Tiananmen. E fu lui a ordinare la strage di migliaia di dimostranti pacifici nella sua provincia, poche settimane prima dello sterminio degli studenti di Pechino. E fu lui a mandare – primo fra tutti – un telegramma di congratulazioni a Deng per come aveva gestito i moti nella capitale.

Insomma, su Xi Jinping c’è un velo di speranza. Ma questo non vuol dire che le cose, in Cina, cambieranno presto. Tuttavia, la fede impone di riporre nel futuro il proprio sguardo migliore. Xi Jinping è in America, in questi giorni, e domani incontrerà Barack Obama. Un grande studioso della Cina, Willy Wo-lap Lam, ha scritto in questi giorni che “soltanto i liberali – fazione di cui Xi fa parte – possono salvare la Cina. E il mondo”. Speriamo che abbia ragione. 

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