Metti un caucus nel Maine

By Redazione

febbraio 15, 2012 Esteri

Partenza: Boston. Destinazione: Sanford, Maine. Obiettivo: assistere a un caucus repubblicano. Dopo aver inondato di email i responsabili locali, ho ottenuto tre risposte. In particolare, Judee Meyer (origini italiane scoperte da poco) si è dimostrata di una gentilezza squisita. Mi ha preparato un badge come ospite in modo che possa assistere al caucus della contea di York, per poi seguire uno dei caucus cittadini dove avverrà il voto. Mi preparo a osservare un bel po’ di “democracy in action”, per dirla con Wolf Blitzer (CNN). Il bagaglio è ridotto all’essenziale: “The Revolution” di Ron Paul, favorito nel Maine; “That Used to Be Us” di Thomas Friedman e Michael Mandelbaum; un cappello dei Red Sox; un paio di cd (“The Early Years” di Tom Waits e “Freedom Suite” di Sonny Rollins). Si parte.

L’uscita da Boston mi fa pensare che forse Friedman e Mandelbaum abbiano ragione nel denunciare la decadenza materiale delle infrastrutture americane. Il confronto con la Cina è impietoso. Laggiù, si inaugurano treni supersonici. Qui, molte cose cadono a pezzi. All’ingresso dell’autostrada a pagamento, nascosto in un baracchino fatiscente c’è un lavoratore, rigorosamente afro-americano, che tiene in mano dei biglietti autostradali e, con l’aria un po’ persa, li porge uno a uno agli automobilisti. Temo che esistano metodi più efficaci per creare posti di lavoro. Cos’è questo: keynesismo per principianti?

Decido di non seguire il navigatore verso la più veloce I-95 per immergermi nella Route 1, una delle arterie storiche degli Stati Uniti, che collega la Florida al Maine correndo lungo tutta la Costa Est. L’asfalto della Route 1 non è granché, ma il percorso è suggestivo. Foreste di non so bene cosa, ruscelli ghiacciati, una cornucopia di ristoranti che promettono ostriche fritte e panini all’astice. Mi fermo in un paio di robivecchi. Per rispetto verso i simpatici repubblicani che stanno per ospitarmi, mi trattengo dal comprare l’ennesimo cimelio kennediano. Comprare una spilla “California for Bush” mi sembra un po’ troppo, però. Me ne esco con una foto autografata di Johnny Peski.

Dopo la decima volta che ascolto “Ice Cream Man”, accendo la radio. Romney annuncia che approva un messaggio pubblicitario. Me lo sono perso. Poco male, dopo cinque minuti, eccolo di nuovo. In venti secondi, la parola “conservative” è usata tre volte: “conservative businessman”, “conservative governor”, “conservative change”. Dopo gli schiaffi presi da Santorum, si sta buttando sulla base più conservatrice del partito. Strategia che può pagare nell’immediato, ma che rischia di alienargli le simpatie degli indipendenti in vista delle elezioni generali. Senza contare che uno dei suoi punti deboli è proprio l’accusa di cambiare posizione a seconda delle convenienze. Il suo martellamento via radio, comunque, è impressionante: cinque pubblicità in un’ora sulla stessa stazione. Alla fine, comincio a convincermi anch’io che “sia una responsabilità morale credere nella responsabilità fiscale”.

Arrivato a Sanford (circa ventimila abitanti di cui il 96% bianchi), noto che la banca locale annuncia a caratteri cubitali: “we have money to lend”. Una banca che pubblicizza di avere soldi da prestare. Non siamo nei sobborghi di Detroit, ma anche da queste parti l’America bianca, il cui declino è raccontato dal conservatore Charles Murray nel suo “Coming Apart” (con un po’ di statistiche stiracchiate per la verità), deve avere qualche problema. Ci sono due letture di questa storia: una che punta sul declino economico dovuto al crescere della diseguaglianza (versione Krugman), e una che parla del declino morale di un paese che ha smarrito i suoi valori (versione Murray). Sarà interessante capire domani come una parte di questa America intenda dare risposta ai suoi problemi.

Per cena, impossibile sbagliare: basta affidarsi ai consigli roadfood di Jane e Michael Stern. Un pasto al Maine Diner vale il viaggio: panino all’astice, zuppa ai frutti di mare, mac&cheese. I miei vicini di tavolo, da bravi americani, si sentono in dovere di attaccare discorso. Gli chiedo come mai Ron Paul abbia deciso di giocarsi tutto proprio nel Maine. Mi aspetto che, tra una citazione di Hayek e Nozick, mi rimandino allo spirito libertario di queste terre. La risposta è più semplice. Secondo loro, sta preparando il terreno per lanciare la candidatura di uno dei figli. Tutto il mondo è paese.

SABATO 11 FEBBRAIO, IL CAUCUS DI CONTEA

La registrazione dei partecipanti è prevista dalle 8 alle 9 di mattina nella palestra del liceo. Il comune è tenuto a mettere a disposizione dei partiti (senza spese da parte loro) spazi pubblici per lo svolgimento dei caucus. I partiti si impegnano a lasciarli come li hanno trovati. Quando arrivo, il parcheggio è pieno. Volontari delle campagne di Romney e Paul fanno a gara per piantare cartelli e distribuire materiale. A quanto pare, non c’è solo qdR, ma anche una troupe della CNN.

Arriva Ron Paul, partono le foto e le strette di mano. Quello che colpisce dei sostenitori di questo arzillo libertario è la loro eterogeneità. Ce ne sono alcuni che sembrano usciti da un ritrovo di estrema destra, altri che sembrano arrivati da Berkeley. Ci sono anziani anticonformisti e giovani secchioni che sanno “The Revolution” a memoria. Uno interverrà dopo per dire che ha votato due volte Bush e poi Obama. C’è un po’ di tutto. E Paul ne va giustamente fiero: “la nostra rivoluzione porta insieme tanta gente che ha gusti e stili di vita diversi, ma ama la libertà, sua e degli altri”.

Appena mi presento a Judee, lei mi annuncia entusiasta che tra poco incontrerò Mitt Romney, il quale ha deciso di farsi vivo per non rischiare un’altra sconfitta. Io e altri due fortunati siamo prelevati da un tizio dei servizi segreti (Romney è l’unico candidato ad aver chiesto la loro protezione) e portati in un sottoscala. Mi libero del giubbotto e il mio compagno di attesa approva la scelta (lo sapevo: quel giubbotto fa molto socialdemocrazia europea). Romney arriva, ci stringe la mano sorridente, si sforza di fare una battuta e sparisce in una stanza dove l’aspettano figlio e nipotino. Provo uno scatto di empatia. Non è facile essere sempre sull’onda. Per dirla con Stimson Bullitt, un politico deve essere a suo agio con la gente, meglio se gli piace anche. Mitt passa senz’altro il primo test, sul secondo non saprei.

Nella palestra ci sono circa mille persone arrivate da tutta la contea. Il programma inizia con, nell’ordine, una preghiera collettiva, il giuramento di fedeltà alla nazione e l’inno. Dopodiché, si avvicendano i discorsi dei candidati (alle primarie presidenziali e a quelle per deputato o senatore dello Stato). Quando i candidati non ci sono, vengono rimpiazzati da familiari o sostenitori. Parte Romney. Il discorso non scalda. Gli unici applausi convinti sono contro la riforma sanitaria di Obama e in difesa della libertà religiosa. Alla fine, si avvicina a stringere un po’ di mani, ma non c’è ressa. È un candidato che ha fatto i compiti, che prepara da anni un’organizzazione sul campo (procurando finanziamenti a politici locali in Stati chiave) e che ha raccolto molti soldi. Ma gli manca la “magia” che altre candidature hanno suscitato. E resta aperta la domanda se la magia te la puoi dare, quando non ce l’hai di tuo (forse sì: Ted Kennedy insegna).

In un intervento a favore di Paul, Jim Forsythe, ex ufficiale dell’Air Force e senatore nel New Hampshire, offre un distillato dei segreti dell’eloquenza pubblica americana. Si parte con l’esperienza personale, ma stando sui fatti, senza lasciare il narcisismo a briglia sciolta, per poi avanzare il punto di merito. Dice che ha giurato per difendere il suo paese, ma poi si è trovato a difendere paesi che avrebbero potuto farlo da soli. Come la Corea del Sud, che potrebbe facilmente difendersi dalla minaccia della Corea del Nord, senza bisogno che l’esercito americano le permetta di sussidiare le auto KIA. Difficile per l’ala militarista contestare un ex pilota che sostiene tesi non-interventiste.

I sostenitori di Gingrich e Santorum ricordano un elemento chiave delle teorie della selezione politica. Quando sei debole, fai fatica ad attirare i migliori. Il discorso pro Gingrich è senza mordente. Ralph Ginorio, insegnante di storia che parla per Santorum, si innamora del microfono. La sua tesi che le posizioni isolazioniste di Paul porterebbero a un secondo Olocausto scatena il putiferio: partono i boati. Il povero Ralph si riprende con un artificio retorico a favore dello stato minimo: “io sono un uomo grasso fatto a pera”, dice accarezzandosi la pancia, “non voglio che Michelle Obama o qualche burocrate mi dicano che cosa mangiare a casa mia” (riferendosi alla campagna anti-obesità della first lady).

Soprattutto in politica estera, qui lo scontro è chiaro. Ci sono idee diverse di partito repubblicano che si fronteggiano, cercando di convincere le famiglie che si sono assemblate in questa palestra. Perché questo colpisce in confronto all’Europa: qui ci sono le famiglie, con i bambini che giocano e gli anziani che scambiano battute con i figli adulti. I boy scout pensano alle cibarie, vendendo caffè, dolci e panini. Il dibattito si chiude con un bambino di sette anni che suona il violino; lo raggiungono sul palco i genitori e le sorelline minori, che invitano tutti a cantare l’inno insieme. I cappelli si abbassano e le mani raggiungono il petto. Poi tutti nei propri caucus cittadini, ognuno riunito in una stanza diversa, per il momento della democrazia, quella vera.

SABATO 11 FEBBRAIO, IL CAUCUS CITTADINO

Nella stanza in cui si riunisce il mio caucus cittadino, ci sono tavoli tondi intorno ai quali si raggruppano una quarantina di persone, bambini inclusi. Non tutti si conoscono. Alcuni si sono trasferiti da poco. La mia vicina di tavolo spiega che si è trasferita in quel comune proprio perché c’erano molti repubblicani registrati (la polarizzazione dell’elettorato è palpabile). Cominciano a scambiarsi opinioni. Il mio badge che combina le scritte “ospite” e “Harvard University” attira la curiosità e vengo presto adottato come una sorta di mascotte a cui spiegare cosa sta succedendo. La mia vicina mi canta le lodi del processo: “you feel as you are right into it”. Ti senti proprio di esserci dentro. Mi chiedo se si renda conto che ha appena dato una definizione efficace delle teorie partecipative della democrazia, per cui la legittimità delle istituzioni si ciba della percezione dei cittadini di farne parte. Lei mi chiede se in Italia ci siano davvero così tanti “socialisti”. Il discorso ci porterebbe lontani, e cambio cortesemente argomento.

Un insider di partito propone una mozione regolamentare: il capo delegazione al congresso statale sarà eletto dai delegati e non dai membri del caucus. Vorrei metterli in guardia: è il vecchio trucco per controllare meglio il processo e non farsi scappare la carica. E ovviamente viene eletto lui dai 12 delegati eletti dal caucus. Solo dopo si viene a sapere che i 6 delegati che mancano per arrivare alla quota di 18 saranno nominati dal capo delegazione. Il gioco è fatto! Mi chiedo se i partecipanti siano semplicemente naif. O se lo lascino fare. Per la serie: accumula pure le cariche che vuoi, tanto, quando si tratterà di scegliere le candidature che contano, saremo noi ad avere l’ultima parola con le primarie.

Si devono eleggere gli “election ballot clerks”, scrutatori nominati dal partito per le elezioni. Un giovane ricorda quanto sia stata bella quell’esperienza per lui: vedere le famiglie che arrivano dalla campagna, portando i bambini per mostrargli come funziona la democrazia, e tanti giovani che votano per la prima volta, anche se probabilmente per un presidente che a lui non piace. Vorrei alzarmi per abbracciarlo: la passione politica non è così diversa nelle due sponde dell’Atlantico. Vorrei anche dirgli di non permettere che quella passione, piuttosto che unire, alimenti la polarizzazione e l’odio politico, come è successo a volte nel mio paese (e come rischia di avvenire negli USA).

Arriva il momento di votare per i candidati presidente. Alcuni intervengono per dichiarare la loro scelta. Poi, tutti in fila per votare. Anche se quello del Maine è solo un “presidential preference survey ballot”, una specie di sondaggio che non vincola i delegati ad appoggiare il candidato più votato nella convention nazionale. I risultati sono sorprendenti: 11 Romney, 10 Paul, 10 Santorum, 1 Gingrich. Santorum non si era fatto vedere nel Maine e nessun esponente locale lo appoggiava. Ma il voto d’opinione della base conservatrice lo premia. La sera, nei risultati del Maine, non lo si vedrà tanto, anche perché molti caucus si erano tenuti la settimana prima, cioè prima che Santorum emergesse come una candidatura credibile vincendo in Colorado, Missouri e Minnesota. Ma è significativo come l’onda di quelle vittorie sia arrivata in un piccolo comune del Maine, nonostante le scelte divergenti dei dirigenti del partito.

Salutandomi, la mia vicina si lancia in un salto logico degno di Churchill: “Visto? Non è il metodo migliore, ma non ce ne sono altri che lo superino. È la democrazia in America”. Difficile non darle ragione. La forte competizione tra candidati e la partecipazione di individui e famiglie rendono la politica migliore. È probabile che alla fine vinca Romney (il candidato con più soldi), ma il processo dal quale uscirà non è neutrale: lo scontro a cui si sarà sottoposto avrà migliorato la sua capacità di difendersi dagli attacchi e di connettersi con gli elettori; e gli elettori che sceglieranno altri candidati, nel bene e nel male, avranno comunque un effetto sulla sua piattaforma elettorale.

Può darsi che abbia ragione Robert Putnam, nel suo “Bowling Alone”, a denunciare la riduzione del capitale sociale negli Stati Uniti. Ma riduzione non significa estinzione. Partecipazione politica, associazionismo diffuso, tessuto connettivo tra governanti e governati – i segreti della democrazia americana che un genio come Toqueville aveva già individuato neanche un secolo dopo la sua fondazione – sono infrastrutture che non si creano dall’oggi al domani; infrastrutture che non si costruiscono col lavoro a basso costo o attirando capitali dall’estero. Di questo capitale sociale, gli USA sono ancora ricchi. La sfida che hanno di fronte è quella di proteggerlo dai pericoli di un bipolarismo muscolare che rende inefficace la politica alimentando l’anti-politica.

Mentre torno a Boston (prendendo la I-95, che non se la passa affatto male come manutenzione), penso che, se gli Stati Uniti dovessero vincere questa sfida, Time farebbe bene a dedicare una copertina alle tante Judee Meyer che ancora si aggirano per la terra dei liberi e dei coraggiosi.

(Qdr)

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