F-35: Di Paola vola alto

By Redazione

febbraio 15, 2012 politica

La paura (del debito, in questo caso) fa 90. Tanti sono i caccia F-35 che il ministero della Difesa ha deciso di acquistare, dopo aver ridimensionato l’originario progetto di accaparrarsene 131. Un taglio netto, ma che comunque non paralizza la partecipazione italiana ad un programma che rappresenta un’opportunità preziosa, oltre che una stringente necessità. Il Lockheed Martin F-35 Lightning II è un caccia monomotore da superiorità aerea di 5ª generazione, caratterizzato da un’avionica avanzata, grandi capacità di “mimetizzazione” dai radar, ed elevata capacità di fuoco. L’Italia ha contribuito al progetto F-35 come partner di “Livello 2”, subito dopo Usa e Uk, investendo circa un miliardo di dollari, il 5% del costo complessivo di sviluppo.

A differenza del presidente del Consiglio, Mario Monti, il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha dimostrato coraggio, ma soprattutto lucidità e lungimiranza. La mannaia del risparmio non è calata a sproposito come sul fronte Olimpiadi, sul quale il governo ha lasciato sfumare una ghiottissima occasione di investimenti e sviluppo proprio in un periodo in cui, di occasioni simili, non ne piovono certo a iosa. I ridimensionamenti voluti dal ministro della Difesa sono tarati infatti in un ottica di efficientamento e risparmio che non va di pari passo con la penalizzazione: ci saranno meno consulenti civili (20mila unità in meno) e anche meno soldati (-33mila uomini – e donne – in divisa), ma questi ultimi saranno in sostanza più selezionati, più preparati, meglio addestrati e soprattutto meglio equipaggiati. Il vero risultato conseguito da Di Paola, tuttavia, sta nel non aver ceduto alle pressioni di chi gli chiedeva di chiudere il conto sul programma F-35: da un lato, la sempiterna retorica pacifista dei soldi sottratti a scuola e ricerca per finanziare le macchine della morte; dall’altro, i ragionieri della finanza per i quali in nome del risparmio e della sobrietà si possono tranquillamente sacrificare crescita, sviluppo e occupazione.

Come per il vecchio adagio secondo cui “chi più spende, meno spende”, anche in questo caso il vero risparmio si fa con gli investimenti. Già secondo la tabella di marcia del precedente programma, quello che prevedeva l’acquisto di 131 velivoli, gli F-35 sarebbero costati meno di un miliardo l’anno: 13 miliardi (e non 15) “spalmati” a bilancio dal 2012 al 2026. Ora ci sarà un risparmio di quasi 5 miliardi. Chi si spaventa comunque per la cifra residua, rifletta sul fatto che questa sarà comunque di gran lunga inferiore di quella che sarebbe servita per mantenere efficienti gli aerei di oggi: gli F-35, infatti,  saranno chiamati a sostituire per la Marina i vetusti Harrier a decollo verticale imbarcati sulle portaerei “Cavour” e “Garibaldi”, e per l’Aeronautica Militare gli altrettanto obsolescenti Tornado e AMX, nonché quegli gli F-16 Falcon che attualmente l’arma azzurra ha in leasing dall’Usaf, a prezzo di una gabella a dir poco esorbitante. Tre tipologie di velivoli (caccia bombardieri, caccia superiorità aerea e caccia a decollo verticale) sostituiti in un colpo da un unico modello, che svolge da solo e meglio le stesse mansioni, integrandosi per di più con le prestazioni dell’Eurofighter, il gioiello volante frutto di una riuscita coproduzione europea e molto italiana.

Ma non basta. Rinunciare tout-court ad un caccia di quinta generazione come l’F-35, ripiegare su modelli concorrenti come il russo Sukhoi, o di categoria inferiore come il Saab svedese o il francese Rafale, avrebbe significato tagliare le gambe ad un settore vitale del nostro sistema industriale, quello del comparto difesa e aerospazio. Alla progettazione e alla realizzazione dell’F-35 partecipano direttamente alcune tra le più grandi aziende nazionali leader nel settore. Dal gigante Alenia Aeronautica ad Avio, passando per Piaggio, Aerea, Datamat, Galileo Avionica, Gemelli, Logic, Selex Communication, Selex-Marconi Sirio Panel, Mecaer, Moog, Oma, OtoMelara, Secondo Mona, Sicamb, S3Log, Aermacchi, Vitrociset. Qualcosa come 40 siti industriali italiani sparsi in 12 regioni, con ricadute sia economiche che occupazionali capillari. Migliaia di posti di lavoro (oltre 10mila, secondo le stime più ottimistiche). Tra cui i le centinaia di tecnici che negli stabilimenti adiacenti all’aeroporto militare di Cameri, alle porte di Novara, lavoreranno all’assemblaggio di quasi tutti i caccia destinati al mercato europeo (Italia, Olanda e Norvegia): si parla di oltre 200 velivoli, escluse possibilissime ulteriori commesse in futuro. 

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