Roma 2020? Meglio di no

By Redazione

febbraio 14, 2012 politica

Non mi sono mai iscritto, e non mi iscrivo neanche in questa occasione al partito dei disfattisti e degli anti-italiani, per i quali non siamo in grado di organizzare questo tipo di eventi, mioddio la corruzione, le cricche e via dicendo. Se la decisione del governo di non sostenere Roma2020 viene acclamata con simili demagogie, a ben vedere non sono certo queste le ragioni del no di Monti. Il problema cantieri, appalti, tangenti è del tutto secondario. Anzi, per quanto mi riguarda si può persino mettere nel conto un 30-40% di “cresta” sulle opere, quando c’è da costruire utili infrastrutture e da rilanciare l’immagine dell’Italia nel mondo. E’ anche vero infatti che le Olimpiadi possono rappresentare una grande opportunità per una città e un Paese. Ma dietro le opportunità l’esperienza ci insegna che si annidano anche molti rischi. E ammettiamolo, obiettivamente in questo momento per l’Italia i rischi sono maggiori delle opportunità. Rischi che non possono essere archiviati alle voci disfattismo e pessimismo.

Che segnale daremmo ai mercati, e ai partner europei cui stiamo chiedendo di rafforzare i firewalls finanziari comunitari, cioè in pratica di mettere soldi a garanzia del nostro debito pubblico, se investissimo miliardi di euro che non abbiamo letteralmente in “giochi”? Oltre tutto con il precedente di Atene dietro l’angolo? E’ triste rinunciare a priori a organizzare i Giochi olimpici, ma in questo momento non possiamo permettercelo. Forse non ci rendiamo pienamente conto dell’enorme sfida che ci aspetta nei prossimi anni: un rientro dal debito al ritmo di 1/20 di Pil l’anno, con l’economia nel 2012 in recessione probabilmente del 2-3%. La candidatura implicherebbe un impegno finanziario pubblico di circa 5 miliardi, ma tutti sappiamo che in questi casi i costi preventivati tendono a lievitare negli anni in modo imprevedibile, nei casi peggiori a raddoppiarsi, mentre il ritorno in termini economici e di immagine è totalmente incerto.

L’analisi costi-benefici dei promotori riflette ovviamente l’impostazione keynesiana per cui la spesa pubblica è un moltiplicatore del Pil: ogni euro speso frutterebbe all’incirca 1,5 euro in più di Pil. Ma l’effetto espansivo sul Pil determinato dalla spesa pubblica è quanto meno controverso. Il messaggio deleterio che secondo Luca Pautasso arriverebbe alla comunità internazionale dal no di Monti è “non investite in Italia, perché nemmeno gli italiani hanno il coraggio di farlo”. Purtroppo questo è un messaggio che ricevono quotidianamente da una pressione fiscale e una intermediazione statale e politica a livelli elevatissimi, da un mercato del lavoro soffocato da rigidità e sindacalismi, dall’incertezza e le lungaggini della giustizia e della burocrazia italiane. Ma perché se organizzare le Olimpiadi in Italia, a Roma, è così conveniente, non sono capitali privati a farsene carico? Perché invece si costringono i contribuenti italiani ad avere questo “coraggio”? Siamo anche al “coraggio di Stato”? Come “occasione di sviluppo” si cita l’esempio di Los Angeles 1984, senz’altro le Olimpiadi di maggior successo, sia sportivo che economico, dimenticando che furono organizzate totalmente con capitali privati – 500 milioni di euro attuali, con un ricavo in diritti tv di 218 milioni e un utile finale di 250 – e utilizzando gli impianti sportivi esistenti (ne furono costruiti ex novo soltanto due, lo stadio del nuoto e il velodromo). E’ certamente falso che noi italiani non possiamo farcela ad organizzare con successo un evento di portata globale, ma anche se Monti si è complimentato con i promotori, il progetto presentato non offriva alcuna garanzia, non rispondeva a nessuno dei due criteri di LA: in una città già piena di impianti e strutture di accoglienza, si prevedevano 2,8 miliardi di euro per costruirne di altri.

Il modello Los Angeles oggi sarebbe impossibile, perché da quella volta il numero 1 del Cio Samaranch pretese, per mettere al riparo l’evento da possibili fughe di capitali e fallimenti, le garanzie economiche dei governi. Si cita allora il modello Barcellona 1992, dove effettivamente le Olimpiadi coincisero con una profonda riqualificazione della città. Ma la Spagna, e la Barcellona di allora, partivano da un livello da Paese emergente, più paragonabile alla Turchia di oggi. Bisogna sempre ricordare inoltre edizioni fallimentari come Atlanta ’96 e Atene ’04. L’esempio italiano di Torino 2006 è tuttora controverso: i costi sono lievitati da 616 milioni di dollari nel 1998 fino a 3,3 miliardi di euro, solo il 6% dei quali sostenuti da privati. Il bilancio del Comitato organizzatore (Toroc) ha chiuso in pareggio grazie al massiccio intervento finanziario degli enti locali, dove solo il Comune di Torino si è indebitato per 400 milioni. La città è migliorata e i turisti sono aumentati, ma con tutto il rispetto, non si può certo sostenere che abbia modificato il suo status o ne abbia beneficiato come Barcellona.

Metterla sul piano dell’orgoglio patrio, dell’appello ai giovani a gettare “il cuore oltre l’ostacolo” e ad essere protagonisti, oltre ad essere retorico è anche molto ingenuo. Basta scorrere i nomi dei membri del comitato promotore Roma2020 e si viene colti dal sospetto (e i brividi) che in molti fossero interessati all’operazione candidatura in sé, piuttosto che all’assegnazione vera e propria dei Giochi. Così per il sindaco Alemanno, in drammatica crisi di popolarità, e per le molte cariatidi dello sport romano e italiano, da Petrucci a Pescante fino a Carraro e persino Matarrese, che cercano di perpetuare il loro ultraventennale spicchio di potere. Progetti, marketing, promozione, delegazioni in viaggio, tutto un circo che se, come probabile, non si fosse trasformato nell’assegnazione dell’evento, sarebbe stato spreco allo stato puro. Mentre nella lista di noti costruttori e imprenditori nel comitato s’intravedeva l’immagine di una torta degli appalti già spartita. Insomma, tutto faceva pensare a un travaso di soldi pubblici dalle casse dello Stato a quelle dei soliti noti.

Lo sviluppo, almeno in Italia, non si costruisce con mega-eventi globali finanziati dallo Stato come fossimo in Sud Africa. Né abbiamo impellente bisogno – noi, l’Italia – di una vetrina che ci faccia conoscere dal mondo. La sfida degli investimenti è creare un ambiente favorevole ad attirare quelli privati. Roma e l’Italia non hanno bisogno di Olimpiadi, di eventi eccezionali, per rilanciarsi. Per lo meno non adesso. La bellezza del Paese è tale che non ha bisogno dei riflettori per attirare turisti. Il coraggio mettiamolo nel riformare la nostra economia. Il coraggio ci vuole per dire qualche volta no, nello scegliere un momento di risparmio in un Paese in cui è da sempre il momento della spesa pubblica.

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