Ridateci le Olimpiadi

By Redazione

febbraio 14, 2012 politica

Il rifiuto del Governo di avallare la candidatura di Roma ai Giochi Olimpici del 2020, è un pessimo messaggio alla comunità internazionale: “Non investite in Italia, perché nemmeno gli italiani hanno il coraggio di farlo”. Chi oggi gioisce per questo “niet” è come il medico che rifiuta all’ammalato la terapia d’urto soltanto per non vederlo soffrire. Schiere di sedicenti economisti paventano il disastro finanziario che le Olimpiadi comporterebbero per la Capitale e per l’Italia. Ma dimenticano, tutto ad un tratto, di essere stati proprio tra coloro che più criticavano l’incapacità italiana di costruire occasioni di sviluppo, accusando la politica di limitarsi a tagliare e tassare. Quello però che sotto Tremonti era “fare i conti della serva”, con Monti si chiama “rigore” e “sobrietà”.

“Le Olimpiadi sono un costo inutile. Guardate Atene che fine ha fatto”, rilanciano le cassandre. Atene però non può essere il metro di paragone delle nostre scelte. La Grecia era indebitata fino al midollo già da allora, e per accaparrarsi i Giochi arrivò anche a truccare le carte. Ma, soprattutto, non seppe sfruttare la carta dei Giochi così come doveva. È vero, i nostri conti non sono affatto in salute, e potrebbero andare ancora peggio. Di sicuro, però, non stiamo peggio di quanto stessimo nel ’45, quando una generazione di straccioni affamati da un quinquennio di guerra seppe comunque rimboccarsi le maniche e gettare le basi del “miracolo italiano”.

Un evento di portata globale come i Giochi Olimpici non sono (soltanto) una spesa, bensì una ghiottissima occasione di sviluppo. Ancor più ghiotta se si considera quanto in questo periodo le occasioni, magre o laute che siano, non pullulano di certo. Se davvero volessimo fare un bilancio serio dei costi e dei benefici che la candidatura di Roma potrebbe portare, dovremmo piuttosto pensare a quel che successe a Sidney nel 2000, o prima ancora a Los Angeles nel 1984. Certo, obietterà qualcuno, le economie dei rispettivi paesi non erano traballanti come la nostra. È vero. Potremmo allora trovare un paragone migliore. Come la Barcellona sul finire degli anni ’80: una città povera di risorse ma non di spirito, in parte ancora prigioniera dei retaggi dell’isolazionismo franchista, ma che proprio in occasione dei Giochi Olimpici del 1992 seppe trasformarsi in quel gioiello di turismo e lifestyle che oggi si affaccia sulla sponda occidentale del Mediterraneo. Senza i giochi, oggi la Rambla che un po’ dappertutto le invidiano sarebbe poco più di un suk lungo un boulevard, e le splendide opere di Gaudì avrebbero per cornice una città a malapena degna di uno Stato Libero di Bananas. Al contrario è una delle città più belle e avanzate del vecchio Continente, con due tra gli aeroporti più efficienti e trafficati d’Europa, e con servizi e infrastrutture impeccabili. Una città che, da sola, conta più linee di metropolitana di quante ce ne siano in tutta Italia. Una città nella quale decine di migliaia di persone da tutto il mondo scelgono di andare a vivere, studiare  e lavorare. Una delle poche, pochissime città spagnole che ancora riesce a “tirare la carretta” di un’economia in crisi come quella iberica. Come è stato possibile? Ci sono stati gli investimenti, è vero. Forse anche lì qualcuno ha fatto il passo più lungo della gamba, e in parte ne paga oggi le conseguenze. Ma non lo farebbe, non fosse per la maledetta crisi economica internazionale.

Ancor più triste è constatare come una fetta consistente delle tesi propinate da chi dice “no” sia rappresentata dal becero luogocomunismo su come l’Italia e gli italiani “non siano in grado”. Noi non possiamo, noi siamo capaci, noi non abbiamo i mezzi. E, anche li avessimo, ci sarebbe comunque qualche Schettino di passaggio pronto a rovinare tutto. È deprimente, oltre che falso e ingiusto. È la radiografia di un pensiero vecchio e stantio, che però alberga persino nelle menti più giovani: le stesse che sarebbero chiamate a lanciare il cuore oltre l’ostacolo, a coltivare un po’ di ottimismo e ad esserne protagonisti, a dare fiducia a quella Nazione dalla quale pretendono molto ma cui sono disposti a dare ben poco.

Perché quello che conta, oltre ai soldi e ai numeri di una partita doppia da primo anno di ragioneria, è la lungimiranza e l’orgoglio. Ne abbiamo avuto un altro esempio, stavolta tutto italiano. È stato sempre grazie alle Olimpiadi, stavolta quelle invernali del 2006, con la loro iniezione corroborante di soldi e di orgoglio, che Torino si è liberata della logora cappa di città-dormitorio ad uso e consumo di una Fiat che ormai sotto la mole fa a malapena merchandising, e ha riscoperto l’orgoglio di essere una delle più belle città d’Europa. Oggi a Torino, proprio come a Barcellona, si va per turismo, affari o studio. Solo due lustri fa, ci si poteva andare al massimo per seguire la Roma in trasferta al Delle Alpi.

Siamo un paese di vecchi che pensano vecchio e si ripetono continuamente che sarebbe molto più bello essere giovani, ma non si può. Vogliamo lo sviluppo ma rifiutiamo di costruirlo. Vogliamo il lavoro ma non ci piacciono gli investimenti. Vogliamo far crescere una pianta semplicemente potandola, e dimenticando che di tanto in tanto andrebbe anche annaffiata.

Siamo come il servo pavido della parabole dai talenti: abbiamo già poco, e per paura di quel che potrebbe succedere preferiamo nasconderlo sotto terra in attesa che ritorni il Padrone e decida lui cosa farne. Non è la scelta migliore, “Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha” (Matteo 25, 29-30). Invece ci aspettano soltanto tenebre, pianto e stridore di denti. E ne stiamo già avendo un assaggio.

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