Generazione siriana 2.0

By Redazione

febbraio 14, 2012 Esteri

Sono italiani a tutti gli effetti, ma hanno cuore e sangue siriano. Li chiamano “la seconda generazione siriana”, ma loro preferiscono essere riconosciuti per l’impegno e l’attivismo speso a sostegno dei loro coetanei in patria, vittime della brutale repressione messa in atto dal regime di Damasco. Sono figli di immigrati, nati e cresciuti in Italia. Molti di loro non sono mai riusciti a mettere piede nella patria d’origine, come Amer Dachan 27 anni. “Purtroppo non sono mai andato in Siria. I miei genitori mancano dalla Siria da almeno 40 anni. E anche noi figli abbiamo vissuto questa lontananza  forzata come un peso”.

Quando chiedo ad Amer il motivo per cui non è mai riuscito a visitare il suo paese, mi risponde senza troppi giri di parole: “mio padre è sempre stato un oppositore del regime, fin dai tempi di Hafez (il padre di Bashar Al Assad, al potere dal 1971 fino al 2000, NdR). Si trasferì in Italia per studiare medicina, e vi rimase. In Italia c’è libertà….”. Altri invece in Siria ci tornano spesso, come Aya Homsi, nota attivista bolognese nonché ideatrice e fondatrice del gruppo su Facebook “Vogliamo la Siria Libera”. Alla domanda Aya risponde con una punta di nostalgia: “I miei sono siriani, io andavo in Siria tre mesi all’anno; ma dopo un mese per me era già troppo. Mi sentivo stringere la gola…”. E quando le domando il motivo, la sua voce diventa un sibilo: “perché in Siria non c’è libertà di espressione. Perché in Siria si respira solo un clima di paura e terrore. E tutto questo a causa della censura che pesa come un macigno. Non ho mai visto un giornale, anzi io stessa non ho mai stretto un giornale libero in mano”.

Nonostante le ragioni personali più o meno condivise, la seconda generazione siriana non si arresta e prosegue per la sua strada. È loro l’iniziativa di creare una rete capillare di contatti sui principali canali di condivisione globale. È sempre loro l’idea di dare vita a degli spazi di dibattito e delle finestre interattive dove confluiscono informazioni, notizie, video e immagini inedite, che mostrano senza filtro e senza censura il volto feroce del regime. Il loro impegno nasce prima di tutto dalla volontà di supportare l’opposizione siriana in patria, poi dal desiderio di fornire un’informazione pulita e scevra da sovrastrutture ideologiche. “Noi – spiega Aya – ci limitiamo a tradurre e pubblicare in rete i video che gli oppositori in patria ci inviano, aggirando per quanto è possibile la censura imposta dal regime”. Alcuni di loro raccolgono l’eredità dei loro padri, come Amer. Altri sfruttano la loro “italianità” per sfidare la censura in atto nel loro paese d’origine.

Per capire il peso della censura in atto in Siria, ecco un breve filmato che ironizza sulla mancata copertura d’informazione. Il video realizzato da RSF in collaborazione con   l’agenzia JTWParis è ispirato alla parodia di Siri, la nuova applicazione dell’IPhone 4S: un uomo stringe tra le mani un cellulare e interroga Siri sulla situazione attuale in Siria senza però ottenere alcuna informazione eccetto il meteo, l’unico argomento non ancora censurato dal governo siriano. Negli ultimi mesi le autorità siriane hanno adottato (e continuano ad adottare) misure radicali per impedire ai cittadini di trasmettere all’esterno qualsiasi informazioni lontana dalla linea ufficiale: la stampa locale è imbavagliata, i corrispondenti stranieri espulsi, i blogger locali oggetto di arresti o maltrattamenti. Ma a colmare questo vuoto ci hanno pensato in questi lunghi mesi di passione siriana gli attivisti italo – siriani, operativi 24 ore su 24.

Se molti dei loro coetanei non escono di casa per timore di ritorsioni da parte del regime. e altri preferiscono migrare all’estero, i loro omologhi italo – siriani hanno accresciuto il numero di gruppi e movimenti. Solo in Italia se ne contano almeno tre per importanza e rilievo:  “Vogliamo la Siria Libera”, il “Coordinamento dei siriani liberi” e “Solidarietà per il popolo siriano”. Un ponte ideale che unisce direttamente Damasco alle città italiane dove i numerosi raggruppamenti stanno prendendo piede. Un attivismo che ha il volto di giovani e giovanissimi. La loro età varia dai sedici ai trenta anni. Hanno le idee chiare, e allo studio alternano l’impegno nella rete solidale. Come Sara El Debuch, 16 anni appena. La contatto via mail e la sua disponibilità a parlare di argomenti complessi per la sua giovane età mi spiazza. Nata a Damasco da genitori siriani, vive da anni in Italia. A differenza di molti suoi coetanei, Sara si suddivide tra i compiti di scuola e l’attivismo a tempo pieno. Mi racconta della sua ultima estate trascorsa a Damasco: “Si respirava un clima totalmente diverso. Ero abituata a uscire di casa anche alle quattro del mattino. Ma quest’estate dopo le nove di sera era preferibile rimanere a casa. E se si voleva uscire allora dovevi essere accompagnata da un uomo, soprattutto il martedì. Io che abito nel Midan (Al- Midan, quartiere a sud della città vecchia, NdR) dovevo stare molto attenta”. Guai ad accostarli a qualche partito politico. Sono indipendenti, e la loro unica bandiera è quella siriana. La stessa che da tre giorni sventola sulla sede diplomatica a Roma, presa di mira all’alba di venerdì da un gruppo di manifestanti provenienti da Milano.

I principali movimenti a sostegno del popolo siriano si discostano dall’atto compiuto venerdì per mano di quei dodici attivisti. Ma al di là delle reazioni più o meno solidali che l’azione ha provocato, è interessante capire a fondo le ragioni che si celano dietro il gesto “estremo”. I tre o quattro attivisti che sono riusciti a forzare il cordone di sicurezza e penetrare all’interno degli uffici intonavano all’unisono uno slogan: “Libertà, libertà, per la Siria siamo qua. Per i  bambini siamo qua, per le donne siamo qua, per la libertà siamo qua”. Un lamento dove rabbia e disperazione si sono mescolati ad un sentimento di speranza e di fiducia. Un impulso irrefrenabile di passare dalla parole ai fatti, o meglio dalla rete virtuale alle strade reali per esprimere solitudine e chiedere aiuto e sostegno a chi per lungo tempo ha fatto finta di non vedere o sentire. Domenica prossima 19 associazioni e movimenti a sostegno del popolo siriano provenienti da Trento, Milano, Carrara, Bologna e Ancora sfileranno per le vie della Capitale. Una vetrina preziosa per una manifestazione nazionale tanto attesa, dove è vietato “rimanere a guardare in silenzio e immobili”.

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