Perché Barack Ob-ama Monti

By Redazione

febbraio 13, 2012 Esteri

Mario Monti ha terminato il suo primo viaggio negli Usa. Se n’è andato a parlare con Obama, ché l’America è importante soprattutto in tempo di crisi. L’aria alla Casa Bianca si preannunciava ottimale, e così il Presidente del Consiglio è andato a Washington pieno di belle prospettive e con le riforme economiche già varate. Un “tesoretto” niente male di cui potersi fregiare di fronte al presidente statunitense. Non solo ma Obama, già prima dell’incontro, aveva “bruciato” la normale prassi diplomatica, che prevede che gli incontri non siano anticipati da alcuna dichiarazione, dicendo che apprezzava anche le idee di Palazzo Chigi sui “firewall” economici da innalzare in Europa. In altri termini, a Obama l’idea del fondo salva-Stati è sempre piaciuta. Contemporaneamente, al presidente americano non era mai piaciuto Berlusconi. E c’è da dire che l’ex Presidente del Consiglio aveva esordito maluccio con l’inquilino della Casa Bianca chiamandolo, con un’ironia non colta a Washington ed in molte altre parti del globo, “l’abbronzato” presidente.

L’Italia torna in auge quindi negli Usa con Mario Monti. Ma perché tanta sintonia tra i due leader? Possibile che l’Italia sia diventata una pedina dello scacchiere così importante per gli Usa? Due diversi ordini di motivi ci restituiscono delle possibili risposte. Il primo filo da seguire è quello economico: Obama si fida ciecamente di Monti, uno che nell’economia europea ci ha nuotato per anni. Il nostro premier, come ricorda Mario Del Pero su “Il messaggero” del 10 febbraio scorso, è visto negli Usa ancora come il saggio ed esperto commissario europeo che proponeva cose vicine all’amministrazione Obama. Il presidente Usa apprezza molto il rigore interventista nel momento di crisi che Monti ha dimostrato riguardo il problema dei disastrati conti italiani, cercando di affiancare a questi interventi anche una sottile linea che dovrebbe portare ad una crescita.

Gli Usa sono, per altro, in un momento economico per la prima volta favorevole da quando Obama si è insediato: non che si possa gridare al miracolo, ma la strada inizia a pendere in discesa. Obama sa che per sfruttare tutto ciò ha bisogno di un’Europa più forte, pronta a reinvestire e ad importare fortemente dagli Usa. E l’Europa più forte passa, secondo l’amministrazione di Washington, proprio dal fondo salva-Stati che Monti sta propugnando con convinzione. Francesco Guerrera, su “La Stampa” del 10 febbraio, ci ricorda come in America questo momento economicamente positivo sia soprannominato “the perfect storm”, una tempesta che però, ci avverte sempre il corrispondente, sarà perfetta solo con il Vecchio Continente pronto ad essere trainato. Ma l’Europa di oggi non offre molte sponde al presidente americano: Sarkozy non si fa vedere da un po’, anche perché ha iniziato a pensare alla sua rielezione e si è piegato alle volontà tedesche, mentre tra Merkel ed Obama non corre buon sangue, sia personalmente che economicamente. E di certo per Obama è quasi impossibile trovare dialogo a Londra: i conservatori inglesi sono tra i più feroci avversari del presidente Usa, ed anche a questo giro i britannici si sono defilati sulla questione della salvezza economica europea, essendo fuori dall’Euro e continuando a coltivare il loro relativo “isolamento”. Ad Obama quindi non rimane che sperare nell’Europa e nell’Italia di Monti, rigore e crescita, competenza e sobrietà, lacrime e sangue, ora sperando nel futuro migliore.

Non si dimentichi inoltre che il nostro paese ora può ricominciare ad essere il ponte con il medio oriente e con il nord Africa. Le primavere arabe sono un’occasione che né Usa né Italia vogliono lasciarsi scappare: significa poter investire sulle democrazie nascenti di paesi, che forse si volgeranno a sistemi politici “più occidentali” senza che neanche si sia dovuto troppo intervenire militarmente. Le rivolte intestine possono diventare degli assist gratuiti alle potenze occidentali, le quali proveranno ad “avvicinare” quei paesi ai propri modelli ideali. Non è un caso che il ministro Terzi stia iniziando a sponsorizzare almeno una missione di osservatori in Siria: l’inquilino della Casa Bianca sa che in medio oriente non si può intervenire con l’hard power tipico della potenza americana. Il soft power dell’Europa “potenza civile” è in questo momento più adatto. Obama guarda al futuro e per farlo deve affidarsi anche al Vecchio Continente. Salute economica e politica estera determinata: le formule classiche sono sempre il miglior viatico per continuare a vivere sotto il tetto della Casa Bianca. 

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