Partiti, si cambia o si muore

By Redazione

febbraio 13, 2012 politica

E’ questa la fine dei partiti come li abbiamo conosciuti? A giudicare dalle cronache politiche si direbbe che i partiti della seconda Repubblica, soprattutto i due maggiori, Pd e Pdl, stiano procedendo a gambe levate verso la loro autodistruzione e che si stia sempre più aprendo lo spazio per una nuova offerta politica, centrista e tecnocratica, in grado di scomporre e ricomporre il sistema partitico. Molto dipenderà dal successo o meno del governo Monti nel tenere l’Italia lontano dall’occhio del ciclone e dalle mosse dei partiti stessi. Tutti sono in entrati in questa nuova fase in crisi profonda, esposti alle sferzate dell’antipolitica, nessuno in grado di dare risposte credibili alla paralisi italiana. I frequenti ringraziamenti di Monti per il loro responsabile e leale sostegno – molto più convinto di quello che dimostrano in pubblico, precisa il professore; il dispiacere più volte espresso dal presidente del Consiglio per la pessima considerazione di cui godono presso i cittadini; e l’accenno, anch’esso frequente, alla «continuità» della sua azione di risanamento con quella del governo Berlusconi, suonano beffardi. Non cavalca certo l’antipolitica, anzi auspica che il “disarmo” tra i partiti favorito dal suo governo possa ridare smalto alle istituzioni parlamentari, ma si può registrare una punta di sobria perfidia in Monti, che quanto più i partiti appaiono annaspare, tanto più ha nei loro confronti parole di apprezzamento che rasentano la commiserazione. Al di là di come il premier si vede nel 2013, se in corsa per Palazzo Chigi, o per il Quirinale, o invece di ritorno alla sua vita lontana dai riflettori della politica, i partiti non sono ancora riusciti ad arrestare la loro caduta libera.

Intendiamoci: è fisiologico che ai tempi del governo tecnico Pd e Pdl appaiano subalterni, che si trovino in difficoltà con le proprieconstituencyelettorali, cui devono far ingoiare scelte impopolari, e che siano oscurati, quando non maltrattanti, dai mainstream media, quasi tutti “pazzi per Mario”. Detto questo, però, ci stanno mettendo del loro. Il Pd continua ad autoflagellarsi e a perdere primarie su primarie e il Pdl è impantanato nelle sabbia mobili, tra congressi al veleno e tessere fasulle che hanno tutto il sapore della vecchia politica. Entrambi non sanno mettere sul tavolo una proposta una che sia comprensibile, chiara, netta, sul fronte delle riforme istituzionali, tanto meno una visione di politica economica coerente e adeguata ai tempi che viviamo.

Bersani continua a impersonare la tragicomica figura di un segretario che finge di poter essere il leader del futuro ma sa di non poterlo più essere; ed è quindi intento da una parte a respingere con livore gli attacchi degli aspiranti leader e rottamatori vari, dall’altra a difendere i ruderi di una dottrina economica sicuramente prevalente nel suo partito ma altrettanto incompatibile con le ricette per far uscire l’Italia dalla crisi. Dal canto suo Alfano, delfino designato di Berlusconi, si sta “bersanianizzando”, da volto giovane la sua immagine si sta rapidamente ingrigendo. Anche lui più che altro preoccupato di azzoppare sul nascere possibili pretendenti alla leadership del Pdl, le sue dichiarazioni sempre più paludate e “democristiane”, mentre il partito, cedendo alle giustificate richieste di democrazia interna, è stato risucchiato nei vecchi schemi, ha perso qualsiasi identità e riconoscibilità sul piano della politica economica, e anche la scelta del bipolarismo sembra ormai offuscata. Al contrario, sarebbe questo il momento di scelte nette: per una forma partito leggera, all’americana (niente tessere e congressi, solo primarie); per il presidenzialismo e il maggioritario; per una politica di liberazione fiscale, passando però attraverso un poderoso mea culpa per le derive stataliste della precedente esperienza di governo.

Meno degli altri, ma anche Casini è in difficoltà. Si aspettava probabilmente un ruolo più di primo piano nell’esperienza del governo tecnico, essendo da sempre il suo più fervido sostenitore in Parlamento. Casini e Fini intuiscono che il futuro è al centro, ma che il ceto chiamato a giocare la partita potrebbe non essere quello politico, e tentano il rilancio: si aggrappano a Monti candidandolo alla guida di una grande coalizione di moderati anche per la prossima legislatura.

Tutti i partiti hanno capito che le riforme istituzionali e la legge elettorale, temi che non appassionano l’elettorato, possono tuttavia rappresentare la loro trincea difensiva e il loro parziale riscatto. Solo che tutte le bozze che circolano rischiano di annacquare se non di seppellire il bipolarismo. Di sistemi che hanno dato prova di funzionare ce ne sono, ma siamo sempre alla ricerca dell’ibrido, a volte di un ibrido dell’ibrido, invenzioni cervellotiche prive della prima caratteristica che in una democrazia dovrebbe avere il sistema elettorale: semplicità e trasparenza. L’elettore deve capire intuitivamente l’effetto che produce il suo voto in termini di rappresentanza e governo. Invece si tratta di testi in cui anche gli osservatori più attenti rischiano di perdersi entro le prime cinque righe. La bozza Violante-Bressa è sostanzialmente un modello tedesco corretto all’italiana, con soglia di sbarramento bassa (4-5%) e un piccolo premio di maggioranza alle coalizioni che superano il 10%. L’effetto è sostanzialmente proporzionale, difficilmente una delle coalizioni sarebbe in grado di governare autonomamente, dovrebbe essere definita una nuova alleanza in Parlamento, con i centristi ago della bilancia. L’ibrido ispano-tedesco di Ceccanti e Vassallo ha sì il vantaggio di produrre un sicuro effetto maggioritario, favorendo i due partiti più grandi senza penalizzare troppo i medi, ma con lo sgradevolissimo difetto dell’elezione di candidati che si sono piazzati terzi o quarti nei collegi uninominali, un’autentica aberrazione.

La sorte degli attuali partiti dipenderà però anche dall’esito dell’esperimento dei tecnici. Se il governo avrà successo e non sapranno adeguarsi al nuovo standard, verranno spazzati via. Consapevole che, al di là delle riforme interne, i fattori esterni (crisi greca, Bce e firewalls europei, fiducia degli investitori) pesano in modo decisivo sul costo del nostro debito, e di non poter risolvere i problemi dell’economia italiana in un anno, Monti si è limitato al minimo indispensabile – che è comunque più di quanto siano riusciti a fare i governi precedenti – per convincere i partner europei e gli operatori finanziari che l’Italia è finalmente sulla strada giusta. Un’operazione di persuasione che ricorda molto quella di Ciampi che negli anni ’90 ha permesso all’Italia di entrare nell’euro. Insomma, autorevolezza personale più che riforme radicali. Basterà questa volta? Non è affatto scontato. Il 15 febbraio l’Istat dovrebbe rendere nota la stima preliminare del Pil nel IV trimestre del 2011, e potremmo scoprire che la recessione si è già mangiata tutto il +0,5% su base annua dei primi tre. Nelle settimane successive i dati sui conti nazionali e sul Pil riferiti ai primi mesi del 2012 potrebbero rendere evidente che l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 non è alla portata. E senza crescita, né dismissioni, non si vede come il Paese potrebbe sopportare manovre di riduzione del debito al ritmo di 1/20 di Pil l’anno. L’appuntamento chiave per misurare  lo stato di salute dei partiti, invece, sono le ormai prossime elezioni amministrative. Il governo Monti ha nascosto i partiti sotto una spessa coltre di neve, non è detto che riappariranno tali e quali con il disgelo primaverile.

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