Giovani Pdl e legge elettorale

By Redazione

febbraio 13, 2012 politica

In questi giorni i maggiori partiti del Parlamento stanno discutendo sulla riforma della legge elettorale.  Lo scorso 16 gennaio, in occasione dell’incontro per la presentazione del libro di Angelino Alfano “La Mafia Uccide d’Estate” il Coordinamento nazionale di Giovane Italia ha presentato una serie di proposte al segretario del Pdl. Tra queste, anche la proposta del movimento giovanile sulla riforma della legge elettorale, che chi scrive, su indicazione del Coordinatore nazionale Annagrazia Calabria, ha avuto l’opportunità ed il piacere di illustrare.

Occorre chiarire che la legge elettorale non è un dogma ma uno strumento;  soprattutto non può esistere una legge elettorale perfetta. Gli assi portanti su cui la proposta si sviluppa sono fondamentalmente tre: il mantenimento del bipolarismo, l’indicazione chiara del candidato premier e la scelta diretta del parlamentare di riferimento da parte dell’elettore. Si è tenuta da conto l’esigenza di sviluppare una proposta che fosse “votabile” dall’attuale Parlamento. Quello eletto – è giusto ricordarlo – da un sistema bloccato, con il quale è stato impossibile indirizzare, e dunque ricevere, un consenso personale. L’ipotesi proposta, con tali premesse, è stata strutturata in un sistema misto suddiviso in due parti.

La prima parte del disegno di legge legge prevedrebbe il mantenimento dell’attuale legge elettorale per un terzo dei parlamentari. 210 Deputati, di cui 140 direttamente e 70 con il premio di maggioranza, e 105 Senatori, di cui 70 direttamente e 35 con il premio di maggioranza, ripartito a livello regionale, potrebbero essere eletti con la legge Calderoli. Questo permetterebbe certamente l’ingresso nelle istituzioni a personalità della società civile, a tecnici, a docenti universitari, e a donne e giovani che non fanno politica di mestiere. Categorie quindi avrebbero difficoltà ad essere eletti direttamente dai cittadini tramite le preferenze o in collegi uninominali. Inoltre il premio di maggioranza verrebbe assegnato alla coalizione considerando la sola quota proporzionale (pari, come detto, ad un terzo degli eletti), valutando l’utilità oggettiva dei tecnici in parlamento per chi sarebbe chiamato a governare.
A questo potrebbe sommarsi un necessario innalzamento dello sbarramento al 6% per i partiti non coalizzati alla Camera dei Deputati, e al 3% per chi concorre all’interno di uno schieramento.Allo stesso modo al Senato, le soglie di accesso sarebbero elevate rispettivamente al 10% e all’8%. Il tentativo sarebbe quello di evitare la frammentazione partitica, e di preservare un regime bipolare.

Per i restanti due terzi dei parlamentari, la discussione politica all’interno dei giovani del Pdl ha condotto ad un’analisi delle due più classiche modalità di elezione: le preferenze ed i collegi uninominali.
In entrambi i casi sono emerse le criticità derivanti dai due sistemi. Le preferenze, in particolare quelle singole, sono rischiose per quel che riguarda derive clientelari, il pericolo di corruzione, e la disparità tendenziale di risorse da poter spendere in campagna elettorale. Per i collegi uninominali si è riscontrato il limite di poter eleggere un solo parlamentare nel collegio di riferimento, afferente dunque ad una sola parte politica, rendendo la sua posizione elettiva eccessivamente caratterizzante per l’intero territorio di riferimento. Inoltre la ripartizione in collegi, non differirebbe troppo dal sistema delle liste bloccate.

Così, dopo una lunga ed accesa discussione, si sono sviluppate due ipotesi sulle quali proporre di far lavorare le aule. La prima prevedrebbe l’istituzione di collegi uninominali (420 alla Camera e 210 al Senato) individuati non con il sistema maggioritario, ma con modello che ricalchi quello delle elezioni provinciali, nell’ambito delle quali ogni collegio può esprimere anche più di un eletto. Ad ogni partito verrebbero attribuiti i seggi con un metodo proporzionale sulla base del risultato elettorale ottenuto a livello regionale. Sarebbero poi eletti i candidati che nei singoli collegi ottengono le percentuali più alte relativamente alla propria lista di appartenenza. Con questo sistema, quindi si offrirebbe la possibilità ai candidati nei collegi “non blindati” di assottigliare il gap attraverso la campagna elettorale. In tal modo, i partiti dovrebbero presentare la propria lista in tutti i collegi, evitando le storture di collegi uninominali nei quali un esponente di uno specifico raggruppamento si trova a rappresentare l’intera coalizione che lo sostiene (cfr elezioni 1996 e 2001). Un buon candidato che fa una buona campagna elettorale potrebbe essere anche eletto in un collegio dato in partenza “perdente”, ed al contrario, un candidato in un collegio “blindato” dovrebbe comunque fare campagna elettorale perché altrimenti potrebbe rischiare di non essere eletto in quel collegio.

La seconda ipotesi, che differisce sostanzialmente dalla prima ma che potrebbe determinare gli stessi esiti, sarebbe quella dell’istituzione di 25-30 collegi a livello nazionale, ed un sistema proporzionale con 4 preferenze. Ricalcando il modello in vigore per le elezioni europee. Questo permetterebbe la riduzione dell’incidenza delle disparità economiche in campagna elettorale, anche perché i collegi sarebbero più piccoli rispetto a quelli delle elezioni europee. Le quattro preferenze, permetterebbero l’accesso alle istituzioni anche ai giovani, che correrebbero a sostegno (e sostenuti a loro volta) dei big del partito. L’ovvia obiezione è che, attraverso accordi predeterminati, non verrebbero eletti coloro i quali avrebbero più consenso reale, ma quelli che riescono a chiudere i migliori accordi. Tuttavia, a nostro modo di vedere sarebbe un ulteriore modo per limitare i “battitori liberi” ed i professionisti della preferenza, che abbiano la supponenza di essere stati eletti con la sola propria rete di conoscenze e non all’interno di dinamiche proprie di un partito. Le quattro preferenze permetterebbero inoltre l’eventualità attribuire una o due preferenze alle donne. Anche se, come Giovane Italia, non guardiamo con favore alle quote ros.

Come eventuali norme aggiuntive, come votato all’unanimità in occasione del Consiglio nazionale del primo luglio, si potrebbe richiedere che almeno il 75% dei nuovi candidati debba aver avuto una precedente esperienza amministrativa negli Enti locali, della durata di almeno due anni.

Il movimento giovanile del Pdl ha presentato questa proposta, con la legittima presunzione che possa essere presa in considerazione come modello su cui discutere. Ora la palla passa al Parlamento, che deve comprendere un solo concetto fondamentale: la legge elettorale attuale non piace ai giovani,  non piace ai cittadini italiani e deve essere cambiata. Per riportare la Politica al primato che le spetta.

Alessandro Colorio è Coordinatore Regionale del Lazio della Giovane Italia, movimento giovanile del Popolo della Libertà

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *