Mario Monti, lo zio d’America

By Redazione

febbraio 11, 2012 politica

L’attenzione mediatica è giustamente concentrata sulla calorosa accoglienza riservata a Mario Monti a Washington dal presidente Obama, che evidentemente punta sull’autorevolezza del nostro premier sia per non vedere l’Italia fare la fine della Grecia, uno scenario catastrofico per tutti, sia aspettandosi che sia in grado di mediare con Berlino per ammorbidire le politiche di austerity che i tedeschi stanno imponendo ai membri Ue. Per la visione economica prevalente alla Casa Bianca, infatti, il rigore fiscale provoca di per sé recessione, mentre la spesa alimenta la crescita, e in un anno elettorale Obama non può permettersi una recessione troppo accentuata in Europa, perché danneggerebbe anche la ripresa Usa, compromettendo le sua probabilità di rielezione. E’ ovvio che rispetto agli ultimi mesi di Berlusconi, in totale crisi di credibilità e paralisi dell’attività di governo, Monti sembra in grado sia di introdurre importanti riforme sul fronte interno, sia di temperare carenze ed eccessi della politica europea.

Ma gli elogi unanimi sono ancora un’apertura di credito piuttosto che un giudizio sull’efficacia del suo operato di governo. «Impressionanti» non sono i progressi, direi timidi, compiuti dal governo dei tecnici, semmai i debiti della pubblica amministrazione, che ammontano a 70-100 miliardi, secondo alcune stime, ma che non sono contabilizzati nel debito pubblico nazionale. E’ come se lo Stato italiano fosse già fallito e avesse arbitrariamente deciso a quali creditori far pagare il suo fallimento: le imprese che hanno lavorato per lui (alle quali però chiede di pagare le tasse per le fatture che non ha onorato).

Poi ci sono le semplificazioni giornalistiche, come quella del Time, che per la copertina della sua edizione europea sceglie proprio Monti, come «l’uomo che può salvare l’Europa». Ma com’è possibile che l’uomo alla guida dell’economia definita solo tre mesi fa «la più pericolosa del mondo» oggi sia in grado addirittura di «salvare l’Europa»? Ammesso, e non concesso, che in queste settimane il governo abbia davvero fatto passi da gigante, di tutta evidenza l’economia italiana non ha ancora iniziato quel processo di trasformazione necessario perché possa tornare a crescere ad un ritmo sostenuto. La buona stampa e la buona fama di cui sta godendo il nostro premier si deve in parte allo scarto che si percepisce con la caduta verticale di credibilità e l’immobilismo che ha contraddistinto l’ultimo Berlusconi, in parte all’impellente bisogno che si avverte in tutta Europa, e non solo, di nuovi leader capaci di prendere in mano le redini della situazione, avendo Merkel e Sarkozy così profondamente deluso le aspettative degli osservatori.

Insomma, più che sui fatti, sulle riforme (che speriamo arrivino presto), l’Italia si sta tenendo in piedi grazie all’autorevolezza personale di Monti, alla sua capacità di muoversi in Europa e dialogare con il mondo finanziario, all’azione incisiva della Bce di Mario Draghi, ai progressi fatti in sede Ue su fiscal compact ed ESM e ai timidi spiragli di soluzione della crisi greca. A ciò si devono i circa 100 punti di spread in meno rispetto alle scorse settimane.

Va dato atto a Monti di aver saputo in queste settimane dosare sapientemente le armi a sua disposizione per rappresentare nel migliore dei modi le chance dell’Italia di farcela. Non potendo in poco tempo (né probabilmente volendo) rivoluzionare davvero la baracca Italia, ha usato un mix tra serrata azione di governo, protagonismo sul fronte europeo, e messaggi al mondo finanziario, tutto al fine di calmierare gli interessi sul nostro debito pubblico, in attesa – speriamo – di implementare le vere riforme. Lo scopo principale del suo viaggio in Usa, infatti, come quello a Londra, non è tanto piacere a Obama, ma convincere la City e Wall Street (nonché i media di riferimento delle due principali piazze finanziarie mondiali) a comprare i nostri titoli, a prestare fiducia al “rischio Italia”, a investire nel nostro Paese. I tassi sono ancora alti e offrono ampi margini di guadagno, considerando che il sistema è “solido”; l’economia si sta aprendo e offre buoni affari (pensiamo solo allo scorporo di Snam rete gas da Eni).

Basta fare attenzione all’agenda delle visite. Prima, giovedì, gli incontri del viceministro del Tesoro Grilli con la comunità finanziaria Usa; poi l’analisi economica di Monti al PIIE sullo stato dell’Europa, dell’euro, e dell’Italia. E per concludere il board editoriale del New York Times, Bloomberg, la CBNC, ma soprattutto il New York Stock Exchange. Simili le tappe a Londra: prima la London School of Economics, poi la London Stock Exchange. E a coronamento dell'”operazione fiducia” le interviste a Financial Times e Wall Street Journal. Più che un premier, più che un riformatore, forse abbiamo trovato un affidabile broker per i nostri titoli di Stato.

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