Hugo Cabret, favola in 3D

By Redazione

febbraio 11, 2012 Cultura

Scorsese è morto. Scorsese è rinato. Scorsese non è più quello di un tempo. Questo tipo di dissertazioni sterili vi saranno capitate all’occhio leggendo critiche e commenti a Hugo Cabret, il nuovo film del regista di Toro Scatenato. E li leggete ogni volta che un maestro si trova a superare i 70 e/o a segnare qualche attimo di comprensibile calo. Discorsi che però trattano il cinema, per di più uno dei maggiori autori viventi, come un prodotto meccanico, che funziona o no, e non come tappa di un percorso artistico, non come passo di una crescita ed evoluzione, anche di un declino magari, ma che non ha nulla a che vedere con quello che si potrebbe definire “rimbambimento”.

Negli ultimi anni, da metà anni ’90 in poi, o forse da dopo il misconosciuto “Al di là della vita”, il cinema e la stessa pratica professionale di Scorsese hanno cominciato a prendere una strada peculiare, diversa da quella di autore della perdizione dell’uomo, radicale cantore formalista della Nuova Hollywood, a nuovo tycoon dell’industria, artigiano e artista a un tempo capace di dare lustro e spessore allo spettacolo del cinema popolare e di massa. Non è svendersi. È, checché se ne possa pensare, reinventarsi quando lo slancio poetico pare finito. Non è un caso che l’interesse “accademico” di Scorsese, la sua passione divulgativa e archeologica lo abbia portato a dirigere documentari, cinematografici e musicali, sul cinema itliano e americano, sui Rolling Stones e George Harrison, su Elia Kazan e Bob Dylan.

Se l’apice di questo cammino è la serie Boardwalk Empire, da lui prodotta e di cui ha diretto il pilota, con la lussuosa e apparentemente algida rilettura del proibizionismo e dell’America come terra di sangue (quasi un seguito di Gangs of New York), il passo successivo non poteva che essere, appunto, Hugo Cabret, la favola tratta dal romanzo disegnato di Brian Selznick (pronipote del David, grande magnate del cinema hollywoodiano) che racconta l’alba del cinema attraverso la figura di George Méliès, l’inventore del cinema fantastico, autore del Viaggio nella luna e di quello Attraverso l’impossibile.

Più che una favola, e in effetti neanche il libro di partenza lo è, il film sembra la terza pala di un trittico che dal cinema Usa e quello di casa nostra (descritti in due documentari di montaggio del ’95 e ’99) arriva a quello delle origini, della preistoria della settima arte, superando anche “The Artist” in cui si (ri)scopre la nascita della Hollywood e del linguaggio classico. Hugo Cabret coniuga lo spirito conoscitivo, nobilmente scolastico, del lato documentaristico del regista, facendo scoprire i film del regista francese, ricostruendoli, replicandoli, rendendoli attuali, a una nuova vena di scoperta del mondo, andando a toccare per la prima volta il lato magico, interamente visuale del cinema. E che è a ben vedere l’essenza della sua opera: dove, in altri film, si cesellava la violenza e il suo orrore tramite la meraviglia del cinema, qui si dipinge (come i Mèliés facevano coi fotogrammi delle loro pellicole) il candore del cinema con lo specchio delle meraviglie.

Per questo, il 3D diventa – in senso teorico certo, ma anche pratico a vederne i risultati – mezzo contemporaneo indispensabile per replicare il sogno di 100 anni fa: il treno che esce dallo schermo, i colori che esplodono come in un caleidoscopio, la magia che include lo spettatore – a differenza di quella teatrale che tende a escluderlo. E che diventa ancora più illuminante nell’uso dei primi piani: quello finale, con gioco di carrelli, su Ben Kingsley, ma anche quello minaccioso del capostazione Sacha Baron Cohen che trafigge gli occhi deformando quasi lo schermo. Il primo piano, il viso che diventa il centro del mondo, fu il primo “scandalo” (nel senso greco di ostacolo, inciampo) filmico della storia del cinema, che ruppe l’idea del cinema come occhio reale. Scorsese ne riscopre il senso, il valore, e così arriva al fulcro del (suo) cinema. Da qui in poi, si ricapitola: tra i prossimi progetti, Silence (storia del calvario di due monaci nel Giappone del 17° secolo) e Sinatra, il cui titolo è un manifesto di background scorsesiano. Guai però a pensare a maniera, ripiego: quando un maestro ha tolto tutto il superfluo dal nucleo della sua arte, non gli resta che scoprirne un altro.

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