Tassati e tartassati

By Redazione

febbraio 10, 2012 politica

Secondo Albert Einstein, “la cosa più difficile da capire al mondo è la tassa sul reddito”. E se non si è raccapezzato Einstein, figuriamo come potrebbero farlo gli imprenditori italiani. Ne sa qualcosa Guido Martinetti, giovane imprenditore torinese, cofondatore con l’amico e socio Enrico Grom degli omonimi laboratori artigianali dove si produce il “gelato più buono del mondo”.

L’avventura di Grom inizia con un budget iniziale di soli 60mila euro. Nel 2003 apre i battenti la prima gelateria a Torino, ed è subito un successo.  Oggi l’azienda dichiara un capitale sociale di oltre un milione e mezzo di euro, decine di punti vendita in 34 città italiane (solo nella natìa Torino ce ne sono cinque), ma anche a Malibù, New York, Osaka, Parigi e Tokio. Persino l’ex ministro Giorgia Meloni ha raccontato la storia di Martinetti come esempio di  “meglio Gioventù” nel suo primo libro, “Noi crediamo”. Fossimo negli States, di avventure imprenditoriali come questa ne racconteremmo a decine. Ma siamo in Italia, dove la burocrazia, il fisco e i gangli di una giustizia civile immobile soffocano sul nascere anche l’idea più grandiosa. E dove, soprattutto, l’imprenditore, specie se avventuroso, è guardato come un “furbo”. Uno da tenere d’occhio con estremo sospetto, anziché un modello da incoraggiare, sostenere e, perché no?, imitare.

Tra le cose che Martinetti proprio non riesce a mandare giù, nemmeno con il gelato, c’è soprattutto sull’Irap. Una sigla “maledetta” per il popolo delle partite iva che sta a significare “Imposta regionale sulle attività produttive”. Come si paga? Con una percentuale calcolata sul costo del lavoro e sugli oneri finanziari, ovvero sugli interessi che le aziende pagano sui debiti che contraggono. Con l’Irap le regioni mantengono il servizio sanitario, ovvero la salute di tutti i cittadini. Ma a pagare per tutti sono le imprese: “la ragione sarà anche nobile, ma il sistema non è affatto giusto” dice Martinetti. Ed è così che “più dipendenti ha l’azienda, più alta è l’Irap. Più l’azienda si indebita con le banche per investire, più alta è l’Irap”. Il caso Irap è praticamente unico al mondo. «Gli imprenditori stranieri fanno fatica addirittura a capirla – dice ilo cofondatore di Grom – Così come del resto non capiscono l’articolo 18, altro fenomeno unico al mondo. Se a questi sommiamo la lentezza della giustizia civile sulle cause di lavoro, abbiamo la risposta al perché nessuno dall’estero investa in Italia».

Difficile parlare di politiche occupazionali o di sostegno all’imprenditoria (giovanile e non) quando poi i presupposti sono questi. Ma non basta. “Il problema è che se ad una gioielleria bastano due dipendenti per realizzare utili per un milione di euro l’anno, una gelateria ha bisogno di 13-15 dipendenti per raggiungere lo stesso risultato» spiega Guido Martinetti. «Per tre anni la mia azienda ha pagato 60% di tasse sul reddito lordo. Il che significa che su ogni 100mila euro di ricavi, 60mila sono andati in tasse. Questo senza contare l’Iva e il costo lavoro». E si parla di un’azienda che reinveste praticamente tutto quel che fattura, un “gigante buono” che dà lavoro a 400 dipendenti, che diventano 600 nel periodo estivo . “Ho pianto poche volte nella mia vita – confessa Martinetti – ma non ho mai pianto tanto quanto nel vedere dove andassero a finire tutti i miei sforzi di imprenditore”.

Ma non è finita qui. Già, perché la pressione fiscale italiana genera anche un’aberrazione del sistema di libera concorrenza. In sostanza, chi evade e non rispetta le regole gode di un enorme vantaggio sugli altri imprenditori, “come l’atleta dopato fin sopra i capelli rispetto ai concorrenti che invece si ammazzano di fatica allenandosi ogni giorno”, dice il giovane imprenditore.  Martinetti racconta un esempio vissuto sulla propria pelle: “A me è successo quando mi sono trovato a pagare la cosiddetta ‘buona uscita’ ad un commerciante che abbandonava la sua attività, e che liberava un negozio dove avevo intenzione di insediarmi”. Ma non era l’unico a volere quelle vetrine: come lui c’erano altre aziende, queste però disposte a pagare in nero. “Se il negoziante, poniamo, accetta da me 100mila euro di ‘buona uscita’, deve pagarci sopra le tasse e glie ne  rimangono in tasca 50mila o poco più. Se accetta un’offerta uguale alla mia, ma da un’azienda disposta a pagarlo in nero, intasca l’intera somma ‘pulita’. L’unica alternativa è che io raddoppi l’offerta. Ma per potergli pagare 200mila euro, in modo che lui possa intascarne 100mila, devo averne guadagnati almeno 500mila lordi l’anno prima, considerate le tasse. 500mila euro miei contro 100mila di chi evade: non è un sistema di competizione dove vince la sfida chi è il più bravo, il più meritevole e il più capace. E l’imprenditore onesto rimane fregato due volte: perché paga le tasse e ciononostante resta al palo”.

Ma la meritocrazia non può essere di questo mondo. Non di quello dell’imprenditoria. Almeno, non per quanto stabilisce il diritto del lavoro italiano. “Un imprenditore ha tutto l’interesse affinché chi fra i suoi dipendenti è più in gamba cresca e raggiunga livelli di responsabilità elevate nell’azienda. Per me, ad esempio,  l’età o il titolo di studio non contano: conta la voglia di lavorare e la capacità di essere d’esempio agli altri. Ma poniamo per esempio che scelga di promuovere un dipendente in gamba, e che questo però una volta promosso si sieda sugli allori, o diventi arrogante con il personale, o non faccia più un lavoro come si deve. E poniamo che nel frattempo sia arrivato in azienda qualcuno migliore di lui. Posso promuovere il secondo e rimandare il primo a fare il precedente lavoro?  No, perché il diritto del lavoro non consente. Lo chiama ‘demansionamento’. Sembra paradossale, ma per la stessa ragione il direttore di un negozio è tenuto a prendere la ramazza e pulire per terra, se ce n’è bisogno: anche quello è ‘demansionamento'”. Che brutta parola. Costringere le imprese a chiudere i battenti sotto il peso di una legislazione borbonica, però, a lungo andare ne genera una anche più brutta: “recessione”. Mentre l’altra, quella di cui tutti si riempiono la bocca, resta un miraggio: “sviluppo”.

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