“Imporre” è peccato

By Redazione

febbraio 10, 2012 politica

«Una coincidenza è una coincidenza; due coincidenze fanno un indizio; due indizi fanno una prova!». Sembra che a dirlo sia stato Sherlock Holmes. Qui di indizi ce ne sono addirittura tre. “Finora il Pdl ha rinunciato al premio di maggioranza e noi al doppio turno di collegio” (Secolo d’Italia 3 febbraio) “Il Pdl ha rinunciato alla pregiudiziale sul premio di maggioranza. Noi abbiamo rinunciato al doppio turno di collegio” (Il Mattino 6 febbraio)  “Il Pdl ha rinunciato al premio di maggioranza e noi abbiamo rinunciato al doppio turno di collegio” (La Stampa 6 febbraio). Sono parole della stessa persona: Luciano Violante, quindi il “noi” sta per Pd.

Quel che dice Violante in materia è da prendere come oro colato. E’ così da almeno una ventina d’anni. La rinuncia del Pd è, dunque, certa. Quanto a quella – parallela a quel che sembra – del Pdl al premio di maggioranza, Violante è fonte attendibile ma non “ufficiale”. Meglio essere prudenti, dunque.

Qual è, comunque, la contropartita per rinunce tanto consistenti? E’ ancora Violante a dircelo, nelle interviste di lunedì 6; con cautela ma con sufficiente precisione. “Va agevolata la costruzione di una maggioranza nelle urne. Senza imporla, perché il maggioritario si è rivelato un fattore di instabilità” (Il Mattino) “La costruzione della maggioranza di governo nelle urne – precisa su “La Stampa” – è tendenziale. Ci si orienta verso un sistema simile al tedesco” (La Stampa).

Mi viene da osservare che, con qualunque legge, sempre le urne servono ad agevolare la costruzione di una maggioranza; sarebbe ben strano che l’obiettivo di una legge fosse di ostacolare quella costruzione; a maggior ragione se ci si accontenta che sia solo tendenziale. Le urne contengono i voti dei cittadini; che significa dire che non devono imporre una maggioranza? L’imposizione è una violenza; ma se usiamo parole diverse (“decisione” o “scelta”) dov’è il peccato?

Va bene, ma Monti che c’entra, chiederete voi. Niente, ovviamente! Non è compito suo occuparsi di leggi elettorali; inoltre ha detto e ripetuto non so quante volte che non parteciperà a nessuna contesa elettorale. Del resto non potrebbe neppure: è senatore a vita. Ma se, chiuse le urne che non devono imporre nulla:

a) non si capirà chi ha la responsabilità e il compito di governare, di dirigere e formare il governo

b) cominceranno lunghe e confuse trattative sull’argomento fra partiti e “leader”

c) si costituiranno governi deboli, abborracciati, stagionali o transitori in attesa di “chiarimenti” successivi, che non arriveranno

chi se la sente di escludere che qualcuno, ricordandosi del governo Monti, faccia questo semplice ragionamento: “Di governi seri e affidabili abbiamo bisogno come dell’aria. Se passando per le urne non c’è modo di risolvere il problema, passiamo da qualche altra parte: magari dal Quirinale”. E che prenda piede un’idea: il voto di cui dispongo meglio – forse – usarlo per eleggere una persona che decide anziché metterlo in un urna che non “impone”. Diciamo pure che sarebbe una scorciatoia rozza e pericolosa. Ma quanti ne sarebbero tentati?

(Qdr)

 

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