Il decretino della Severino

By Redazione

febbraio 10, 2012 politica

Il decreto “svuotacarceri” non esiste. Si potrebbe tutt’al più chiamarlo “decretino Severino”, “decretino palliativo” o “decretino contentino”, scegliete voi.
Le parole ingannano, e lo sa bene il ministro Paola Severino, secondo la quale il provvedimento, che libera poco più di 3mila e trecento detenuti a fronte di un eccesso di 22mila persone, si potrebbe intitolare, sentite bene, “decreto salva-carceri, perché le salva dal degrado”. Ma di quale degrado parla il ministro? Forse il degrado del dibattito italiano sulla giustizia, dove ormai le forche imperversano, e se l’Italia dei Valori grida allo scandalo contro “la resa dello Stato”, i leghisti rintuzzano contro lo “scaricabile” di un provvedimento con il quale, nelle parole di Castelli, “si premia Caino e si danneggia Abele”.

Il decreto dovrà essere convertito entro il 20 febbraio, pena la decadenza. L’altro ieri è stato approvato alla Camera con una cinquantina di voti in meno rispetto all’ultimo voto di fiducia. Saranno 3.327 i detenuti che potranno scontare gli ultimi diciotto mesi di pena agli arresti domiciliari. Per gli arrestati in flagranza di reato si prevede che, in attesa della convalida da eseguirsi entro le 48 ore, possano essere disposti i domiciliari o, alternativamente, la reclusione nelle camere di sicurezza all’interno di questure e caserme. È fatta salva la possibilità per il Pm di disporre con decreto motivato la detenzione in carcere in determinate circostanze.

A fronte di un eccesso di oltre 22mila detenuti rispetto alla capienza regolamentare dei 206 istituti detentivi italiani, 3mila persone sono una goccia nel mare. Il ministro potrebbe rispondere ad alcune domande. Come si può parlare, per esempio, di “salva-carceri” – senza provare un filo di vergogna, s’intende – a proposito di un decreto che consente che almeno 19mila persone restino stipate in cubicoli asfissianti, dove solo lo scorso anno si sono tolti la vita 66 detenuti? Come si può parlare di “salva-carceri” – sempre a condizione che non si arrossisca di vergogna – a proposito di un decreto, che affida le persone in stato di fermo nella disponibilità degli stessi organi di polizia che hanno effettuato l’arresto, per giunta all’interno di celle che già oggi sono luoghi assolutamente inagibili? Come si può parlare di “salva-carceri” a proposito di un decreto, che non tocca il tasto dolente della carcerazione preventiva, ovvero dell’anomalia tutta italiana, che tiene dietro le sbarre – per un lasso di tempo imprecisato – il 42 percento della popolazione carceraria in attesa di giudizio, in un limbo determinato da una giustizia inefficiente e da un uso scriteriato e abusivo dello strumento cautelare? Come si può parlare ancora di “salva-carceri” a proposito di un decreto che nulla dispone per implementare in maniera massiccia l’uso delle misure alternative alla detenzione carceraria, a partire da quel braccialetto elettronico, che soltanto in Italia non attecchisce a causa della ferma opposizione dell’Associazione Nazionale Magistrati e delle forze di polizia?

La vera “resa dello Stato” ratificata con gelido calcolo da questo decreto è la resa all’illegalità di un sistema ormai strutturalmente fuorilegge, che dispensa quintali di carcere (perlopiù preventivo) e neppure un grammo di giustizia. Quel che è certo è che chi si fa promotore e alfiere del provvedimento “salva-carceri” non salva neppure la propria faccia. Almeno per amor proprio, almeno per quello, risparmiateci questa intollerabile finzione.

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