I candidati GOP al CPAC 2012

By Redazione

febbraio 10, 2012 Esteri

“We’re all Catholics now”, siamo tutti cattolici ora, esordisce il governatore Mike Huckabee (protestante battista), all’apertura del secondo giorno della Cpac (Conservative Political Action Conference 2012). Se c’è un fattore unificante, in questa CPac, è la religione. Non la religione in senso lato, ma quella della Chiesa cattolica romana. Obama vuole ficcare il naso negli istituti religiosi, obbligandoli a distribuire contraccettivi. E’ una violazione della libertà religiosa: un obbligo per i cattolici, dettato dal governo federale, a finanziare ciò che considerano peccato. E la reazione dei conservatori di ogni credo è unanime: una levata di scudi.

La seconda giornata della CPac è particolarmente importante. Ci sono praticamente tutti i candidati alla nomination. C’è Rick Santorum, la sorpresa di questa settimana. C’è Mitt Romney, il candidato “di punta” che non è più da solo alla testa della gara. C’è Newt Gingrich, che in questi giorni si gioca le ultime carte. Manca Ron Paul e con lui scompaiono i vocianti (e talvolta folkloristici) grupponi di giovani e giovanissimi libertari, protagonisti della CPac 2012.

In una giornata segnata, sin dall’inizio, dai valori unificanti della religione, è Santorum, il candidato conservatore cattolico, ad aprire le danze nella sala da ballo del Marriott Hotel, arrivando sul podio con tutta la sua (numerosa) famiglia. “Non  dal governo che arrivano i diritti. Arrivano da ben altra fonte”. E indica il cielo. Non si tratta solo di un principio religioso astratto, ma è l’apertura della sua critica alla ObamaCare: “Quando Margaret Thatcher era premier, disse a Ronald Reagan che, finché fosse stato in piedi un sistema sanitario nazionale, nessun cittadino si sarebbe potuto dire realmente libero”. Perché, non solo nella sanità, “Se è il governo che ti concede un diritto, il governo lo può revocare con altrettanta facilità. Finché è il governo che detta i diritti, noi tutti dipendiamo da esso”. Santorum si presenta come il candidato conservatore senza compromessi: “Il conservatorismo non può ingannare il Paese. Sono i conservatori che possono ingannare il conservatorismo”. E anche in conclusione, invita al voto affermando che: “E non è con i soldi che si batte Obama, ma con una coerente visione alternativa”. Ogni riferimento all’uomo che “prima di Obama ha messo in piedi il primo costoso sistema di sanità pubblica con i soldi del contribuente” è puramente casuale. Sul piano economico, Rick Santorum si ripromette di abbattere il debito pubblico, che “sta distruggendo l’America”, in cinque anni. “Anno dopo anno, dopo anno, noi continueremo a spendere sempre meno, fino al pareggio di bilancio”. Esplicito anche il riferimento alla lotta contro la Green Economy, che “sfrutta i sinceri sentimenti degli americani, fa leva sulle loro paure. Come sempre fanno i democratici, sfoderano l’uomo nero. Che in questo caso si chiama riscaldamento globale”. Una stoccata è riservata, ovviamente, anche alla questione della contraccezione “E non è una questione ‘di contraccezione’ – puntualizza Santorum – qui è in gioco la libertà economica, la libertà personale, la libertà di espressione, il ruolo di un governo che vuole entrare nelle nostre vite e che noi dobbiamo fermare!”, Principi forti, folla osannante, ma presenza scenica piuttosto debole. E’ questo il vero tallone d’Achille di Santorum: visto dal vivo, non convince. E’ un buon padre di famiglia, un uomo comune, un buon oratore del Senato. Ma lo vogliamo vedere in un confronto diretto con Barack Obama?

Non appena Santorum finisce di parlare, nella sala iniziano ad arrivare moltitudini: sono le truppe cammellate di Mitt Romney. Fino a quel momento invisibili, i segni distintivi con la grande R tricolore hanno iniziato a sommergere tutto il resto. A mo’ di introduzione, Ann Coulter lancia la sua dichiarazione di aperto sostegno al candidato mormone. Lei, conservatrice e madrina del politically uncorrect, sostiene il più “liberal” del candidati del 2012? Proprio così “Queste elezioni mi hanno lacerata – premette – Prima di tutto perché Chris Christie ha deciso di non candidarsi. Ma fin dall’inizio dell’anno scorso, Obama ha iniziato ad andare sempre peggio e Romney sempre meglio. E credo che la sua performance, nei dibattiti televisivi, sia molto migliorata rispetto a quella delle elezioni del 2008”. E dunque “Chi è, fra i candidati repubblicani, quello che, più di altri, può catturare il voto anche degli indipendenti? Se guardiamo al passato di questa nazione e diciamo che è Newt Gingrich… allora rivoglio i miei soldi!”. E poi: “Come già sapete, i Democratici andranno addosso al nostro candidato con i loro soliti argomenti: dandogli del tonto o dello stupido. E c’è un solo candidato che può frustrare entrambe le categorie. Ed è Mitt Romney. Non lo si può chiamare tonto, né stupido. Lo potete chiamare ‘quadrato’ e questo sembra non piacere a molti conservatori”. Quando tocca a lui, Mitt Romney non mira ad infiammare le masse. Il suo stile pacato e sobrio, appartiene più a un uomo del management che non a un futuro leader nazionale. Ed è proprio questo il messaggio che vuol lanciare: “Andrò a Washington, la cambierò e poi tornerò dalla mia famiglia”. Benché sia visto come “uomo dell’establishment” del partito, si presenta come un uomo estraneo all’ambiente politico di Washington DC, un uomo d’affari, che è diventato conservatore “non solo perché ho studiato Mises e Hayek”, ma perché “ho vissuto da conservatore, perché vengo da genitori che hanno vissuto il sogno americano”, partendo dal basso e facendo fortuna nel settore privato. Un sogno in cui “non è il governo che detiene il potere, perché è il potere ad essere emanazione di ogni singolo individuo e della sua azione”. Invita a non credere ai politici che “pretendono di cambiare Washington, pur vivendo e agendo sempre a Washington” (ogni riferimento a Rick Santorum e a Newt Gingrich è puramente casuale?), perché “Chi vive nella politica, finisce per vedere il governo come la soluzione di tutti i problemi”. E, in questi anni “Barack Obama è l’incarnazione dell’arroganza del governo”. Ricorda che quando era nel settore privato ha cercato di “stare il più possibile lontano dalla politica di Washington”. E, quale risultato, “non mi vergogno affatto di aver avuto successo”. Ovazione dalla platea. Il Romney “uomo dell’establishment” riuscirà a farsi accettare come uomo anti-sistema da un elettorato sempre più esasperato dalla politica?

Di sicuro non può dirsi altrettanto estraneo all’ambiente politico il veterano Newt Gingrich. Anch’egli ha le sue truppe cammellate, che si mettono in coda per andarlo ad applaudire sin dalle 2 del pomeriggio (e il suo intervento era previsto per le 4). Quando inizia a parlare, ricorda subito alla folta platea che la CPac è nata proprio come contrappeso all’establishment repubblicano. “Qui Ronald Reagan ha tenuto il suo discorso più celebre prima delle elezioni del 1980” e “allora l’establishment repubblicano chiamava la sua proposta, ‘la politica voodoo’. Definiva ‘impossibile’ il contenuto del suo programma: impossibile abbassare le tasse, rilanciare l’economia di mercato, far crollare l’Unione Sovietica”. Gingrich, in forza della sua lunga carriera (fu speaker della Camera dopo essere stato artefice della vittoria del 1994), può parlare da memoria storica del partito. Ma vuole ugualmente presentarsi come una novità, proponendo un programma anti-statalista a tutto campo, in sintonia con i sentimenti dei Tea Party. Risponde ai liberal, che sono inorriditi di fronte alla storia fiscale di Mitt Romney, che paga il 15% di tasse pur essendo ricco, affermando che: “Tutti devono pagare meno del 15% di tasse” e cita ad esempio Hong Kong. Dichiara che il suo primo ordine esecutivo sarà quello di “cancellare tutti gli zar della Casa Bianca”, cioè le autorità speciali che rispondono solo di fronte al presidente. Vuole abolire il dipartimento dell’Energia e lasciar libero tutto il settore dalle regole che lo imbrigliano. Il succo del suo messaggio è: “Lasciare gli americani liberi di esprimere la loro potenza”, ricordando che, nella Seconda Guerra Mondiale, “In soli 44 mesi, il popolo americano è riuscito a sconfiggere il Giappone imperialista, la Germania nazista e l’Italia fascista”. E, giusto per tornare ancora sul tema di fede, definisce quella di Obama come “una guerra contro la religione”, contraria allo spirito di una nazione formata da “persone coraggiose, che sono sbarcate su queste coste proprio per fuggire dalle persecuzioni religiose europee”.

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