Cavalli da Oscar

By Redazione

febbraio 10, 2012 Cultura

Leggendo la fascettatura del libro “War Horse” di Michael Morpurgo, da cui è stato tratto l’omonimo polpettone hollywoodiano firmato da Steven Spielberg, si legge tra l’altro che il film sarebbe candidato a ben sei  premi Oscar. Tra cui migliore regia, migliore sceneggiatura (Richard Curtis e Lee Hall) e migliore attore protagonista, cioè Jeremy Irvine. Manca l’unica nomination che essere vivente si meriti davvero in questa pellicola. Almeno dopo essere stata vista (146 minuti) in anteprima a Roma una fredda serata di mercoledì 8 febbraio al cinema Adriano: quella per il migliore cavallo non protagonista. Cioè il baio nero che fa da spalla al vero protagonista del film, Joey, un puledro costretto a fare il cavallo da tiro perché capitato nella famiglia sbagliata a ridosso della prima guerra mondiale.

Ecco la trama nei dettagli: a un’asta di paese, in un villaggio del Devon, Ted Narracott, un piccolo possidente che vive con la moglie Rose e il figlio Albert, acquista un cavallo per trenta ghinee. Rimproverato dalla moglie, che lo accusa di essersi fatto ingannare, trova invece d’accordo il figlio, che ben presto instaura un rapporto di profondo affetto con l’animale, cui assegna il nome di Joey. Con lui cercherà eroicamente di dissodare parecchi ettari di terreno per pagare i debiti che la famiglia ha contratto con Lyons, un signorotto locale che a sua volta aveva messo gli occhi sul cavallo ma che non aveva osato pagarlo tanto. I suoi sforzi, ammirati da tutti i membri della comunità del villaggio, vengono però vanificati da una forte pioggia che distrugge il raccolto. Il padre di Albert, allora, come extrema ratio, decide di vendere Joey all’esercito inglese, impegnato a scendere in campo nella Grande Guerra. Albert corre a impedire la vendita, ma arriva troppo tardi e il capitano Nicholls, nuovo proprietario dell’animale, gli promette che ne avrà cura.

La scena si sposta sull’attraversamento inglese della Manica. Nicholls si rivelerà un idiota guidando un assalto di cavalleria, montando Joey, contro le mitragliatrici dei tedeschi con l’elmo chiodato che faranno strage di tutto e tutti, salvando pero’ miracolosamente Joey e il suo amico nero montato dal capitano dei lancieri inglesi.

Joey, essendo bellissimo, non finisce in bistecche ma viene preso prigioniero dai crucchi insieme al cavallo del sergente Perkins, tra i quali due ragazzi dell’esercito, Gunther e Michael, cominciano ad amarlo. La loro fuga assieme ai cavalli rubati finisce però in una fucilazione per diserzione. I giovani, entrambi minorenni, erano stati trovati in un mulino situato in un possedimento terriero che apparteneva a un anziano signore francese che viveva da solo con l’orfana nipotina Emilie. Fino a questo momento i due cavalli hanno portato una sfiga pazzesca a chiunque si sia imbattuto in loro.

Non farà eccezione Emily: è proprio lei a rinvenire gli animali e alla fine del film si saprà che comunque è morta portata via dalla guerra. Emily, da sempre desiderosa di imparare a cavalcare, si affeziona alle bestie chiamandole François e Claude. I tedeschi però se le riprenderanno saccheggiando la fattoria.

 Una notazione sul demenziale doppiaggio italiano: tutti i personaggi tedeschi, che la sceneggiatura spielberghiana tratteggia con un’umanità appena superiore a quella dei futuri nipoti nazisti della seconda guerra mondiale, vengono fatti parlare italiano con accento da Sturmtruppen. Misteri inspiegabili della cinematografia all’italiana: se devi doppiare un inglese o un americano non gli metti un accento da Stanlio e  Ollio, invece se si doppia un tedesco la tentazione di farne una macchietta è irresistibile. La saga di Spielberg su Joey, presa da un libro che aveva avuto la trovata geniale di fare raccontare la prima guerra mondiale secondo il punto di vista e il flusso di coscienza di un cavallo, diventa in realtà l’ennesima favola a lieto fine peraltro non del tutto  prevista dallo stesso libro che parte da un’introduzione che si immagina pensata dallo stesso cavallo e che parla chiaramente di “qualcuno al villaggio” che “si ricorda di Joey”. E spiega anche che “questa è la sua storia, perché né lui né chi lo ha conosciuto né la guerra che hanno vissuto e che li ha uccisi siano mai dimenticati”.

Nel film di Spielberg la prima guerra mondiale è tratteggiata soprattutto con gli effetti speciali, come al solito, e tutto il resto è lasciato alla simpatia del cavallo protagonista e della sua spalla. Per questo entrambi gli animali meritano un Oscar, ma sbilanciarsi sul regista, gli sceneggiatori e l’attore protagonista sembra invece impresa più ardua.

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