Occidente contro Assad

By Redazione

febbraio 9, 2012 Esteri

La Siria sta soffocando nel sangue di migliaia di civili uccisi. La denuncia arriva come una doccia fredda dagli attivisti e dalle organizzazioni in difesa dei diritti umani, che accusano il presidente siriano di genocidio “nei confronti del suo popolo” e di crimini contro l’umanità. A fornire informazioni più dettagliate sull’elenco dei soprusi compiuti dal regime in questi undici mesi di rivolte ci ha pensato qualche giorno fa l’Unicef. L’agenzia delle Nazioni Unite ha pubblicato in rete il rapporto choc sulle violenze perpetrate ai danni di minori. I numeri parlano chiaro. Negli ultimi undici mesi di scontri sono stati uccisi 384 tra ragazzi e bambini. “Soprattutto maschi” ha precisato la portavoce dell’Agenzia Onu, Rima Salah. Altri 380 sono i minori (tutti di età compresa tra i dieci e i quattordici anni) arrestati e sottoposti a torture fisiche e psicologiche. Da questa tragica conta dei morti sono esclusi i 6000 (ma il numero potrebbe essere maggiore) di civili massacrati dai miliziani Shabiha, dall’inizio delle rivolte. Una media che sfiora il centinaio di vittime al giorno. Lo attestano immagini e testimonianze dirette. “Homs – riferiscono fonti locali – è un cimitero a cielo aperto”. E i video che proponiamo di seguito lo dimostrano. Il breve filmato mostra con lucida ferocia la morte in diretta di bambini siriani. Il secondo filmato arriva sempre da Homs e risale al 2 febbraio scorso. Si vede un giovane medico che mostra la brutalità del regime e gli effetti delle armi di fattura russa sui civili inermi.

Un duro colpo al popolo siriano l’hanno inflitto gli attori internazionali chiamati a sostenere la risoluzione ONU. Il veto congiunto di Russia e Cina sulla risoluzione votata sabato scorso al Consiglio di Sicurezza ha provocato una frattura insanabile in seno alla comunità internazionale. Il “NO” di Mosca e Pechino ha frenato di fatto ogni tipo di intervento entro i confini siriani. A pagare il prezzo più alto di questa “indecisione” sono ancora una volta i civili indifesi. “La mancata risoluzione Onu offre carta bianca al regime di uccidere in totale libertà”. Questo è il giudizio espresso dal Consiglio nazionale siriano (Cns), principale gruppo di opposizione al regime – che si scaglia sul rifiuto di Russia e Cina di aderire alle misure di intervento studiate in sede Onu. Gli effetti della mancata risoluzione cominciano a farsi sentire. Nelle ultime ore, l’ambasciata Usa a Damasco ha chiuso i battenti. Washington ha giustificato la decisione come misura preventiva legata a motivi di sicurezza. In realtà, dietro la chiusura della sede diplomatica americana si cela la volontà d’isolare il più possibile Damasco. Una linea questa condivisa nelle ultime ore da Italia, Spagna e Francia, che hanno richiamato in patria i propri ambasciatori per consultazioni.

“Un segno che forse qualcosa sta realmente cambiando”. A pronunciare queste parole di fiducia è Amer Dachan, attivista italo – siriano nonché membro dell’ufficio politico della Coalizione Nazionale di sostegno alla rivolta siriana, contattato telefonicamente. “Intanto la decisione di Spagna, Italia, Francia e Gran Bretagna di richiamare in patria i propri rappresentanti a Damasco è un segno positivo. Certo l’escalation di violenze non si arresta facilmente, e 500 morti in due giorni è un bilancio pesante”. La decisione dell’Italia di richiamare a Roma l’ambasciatore italiano a Damasco, Achille Amerio, ha suscitato il plauso della Coalizione Nazionale di sostegno alla rivolta siriana. Una delegazione della Coalizione guidata dal dott. Mohammed Nour Dachan ha incontrato di recente il ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, in vista della manifestazione nazionale a sostegno del popolo siriano prevista nella Capitale il prossimo 19 febbraio. “Il veto di Russia e Cina- sottolinea Amer -si spiega con una sola frase, ossia la salvaguardia di interessi economici. Mosca accede in territorio siriano attraverso la sua unica porta sul Mediterraneo, ovvero il porto di Tartus. Qui sono approdate navi cariche di armi destinate al regime”. La delusione per la mancata risoluzione sembra stia spingendo la comunità internazionale a valutare la necessità di un piano alternativo. Dopo l’inasprimento delle sanzioni nei confronti del regime è arrivata come un fulmine a ciel sereno la decisione di abbassare le “saracinesche” delle sedi diplomatiche dislocate a Damasco. Le misure restrittive in atto mirano a limitare il raggio d’azione del regime. Ma Damasco non è solo e isolato. Può contare sull’appoggio calcolatore di Mosca e Pechino e sul sostegno della Repubblica Islamica dell’Iran. E se la comunità internazionale chiude ogni possibile canale di dialogo, il regime non abbassa la guardia e colpisce sempre più duro.

L’ “Sos Syrie” lanciato la settimana scorsa dalle pagine del quotidiano francese “Liberation” si fa sempre più concreto. La drastica sospensione di ogni rapporto diplomatico è per certi versi un segnale forte, nel linguaggio diplomatico, ma non sufficiente per fermare materialmente la macchina della repressione siriana. La presa di posizione delle cancellerie di mezza Europa è assai significativa, così come la decisione di espellere numerosi ambasciatori siriani da Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo). Nonostante lo sforzo di isolare Damasco, il regime sembra godere di buona salute. E senza un’azione coesa e una strategia unitaria sotto l’ombrello protettivo dell’Onu, la macchina repressiva continuerà a macinare chilometri sulle strade damascene e non solo. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *