Working class zero

By Redazione

febbraio 8, 2012 politica

Pur di non fare il meccanico, il parrucchiere, o l’idraulico i giovani italiani preferiscono rimanere disoccupati. Il lavoro manuale oggi è valutato infatti come un mestiere “di serie B”, una mansione socialmente degradante. A lanciare l’allarme è la Cgia di Mestre:  nel 2011 sono stati 45.250 i posti di lavoro per i giovani che le imprese non sono riuscite ad occupare. Soprattutto per l’impreparazione di chi si è presentato al colloquio, ovvero il 52,4%. Ma in gran parte anche per lo scarso numero di candidati che hanno risposto alle inserzioni: il 47,6% del totale. “È un dato gravissimo”, lamenta Giuseppe Bortolussi, presidente della Cgia. “Facciamo i conti con l’enorme scollamento tra le reali esigenze del sistema produttivo e la mentalità delle famiglie italiane, che pretendono la laurea a tutti i costi”. Non si tratta solo di crisi, dice Bortolussi, ma di un grave handicap culturale. “Altrimenti non si spiegherebbero i due milioni di immigrati che riescono brillantemente ad inserirsi nel mondo del lavoro svolgendo quelle mansioni che i giovani italiani invece snobbano. E – sottolinea Bortolussi, quasi in uno sfogo – grazie al cielo che ci sono gli immigrati”.

Secondo l’elaborazione effettuata dalla Cgia su dati Excelsior-Ministero del Lavoro, le figure più difficili da rinvenire sono i commessi, con quasi cinquemila posti di lavoro vacanti; ma anche camerieri (oltre 2.300 posti); parrucchieri ed estetiste (oltre 1.800); informatici e telematici (1.400); contabili (quasi 1.300); elettricisti (oltre 1.250); meccanici auto (quasi 1.250); tecnici della vendita (1.100 posti); idraulici e posatori di tubazioni (oltre 1.000); baristi (poco meno di 1.000).

È paradossale che vi siano oltre 40mila posti di lavoro (“posti fissi”, per giunta) senza candidati proprio quando la disoccupazione giovanile tocca i massimi storici. Ma, spiegano dalla Cgia, si tratta di professioni che richiedono quasi tutte una grossa preparazione alla manualità. E i nasi arricciati hanno la meglio sui portafogli vuoti.

Come colmare questi vuoti? Per Bortolussi è una missione impossibile, almeno nel breve periodo: “Occorre eliminare un gap culturale vecchio di 30 anni” spiega. “Bisogna rivalutare da un punto di vista sociale il lavoro manuale e le attività imprenditoriali che offrono queste opportunità, avvicinando la formazione scolastica al mondo del lavoro”. Per fortuna qualcosa si è già mosso, sotto il precedente governo: “Con la riforma della scuola e, soprattutto, con il nuovo Testo unico sull’apprendistato dell’ottobre scorso, qualche passo importante è stato fatto” dice il presidente della Cgia. Ma non basta. “Serve una vera e propria rivoluzione che restituisca dignità, valore sociale e un giusto riconoscimento economico a tutte quelle professioni dove il “saper fare” con le proprie mani costituisce una virtù aggiuntiva che rischiamo di perdere”. E non di certo una ragione di vergogna.

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