Perché il rugby

By Redazione

febbraio 8, 2012 Cultura

La prima regola per affrontare l’argomento è la sportività: nulla contro il football americano e diversamente non potrebbe essere. Abbiamo anche la squadra per cui tifare, i Pittsburgh Steelers: per via del nome, anche, con quell’idea di gente che scende in campo e non risparmia complimenti a nessuno. Sportività, dunque, nei confronti di chi si impunta dicendo di non poter comprendere una disciplina nella quale si passa la palla all’indietro e non si rende conto che lì sta il bello: l’ovale trasmesso al compagno in sostegno perché venga portato avanti, fino alla end zone.

Il sostegno è uno delle basi del rugby: il ball carrier (il giocatore con la palla in mano, per farci intendere) che una volta placcato o chiuso può fare affidamento sul compagno che gli copre le spalle ed è per una conseguenza logica che il pallone va passato all’indietro. Ad averne voglia, potemmo starcene qui delle ore a discuterne e non sarebbe nemmeno un fastidio: i campi di rugby sono ospitali, hanno una club house dove accomodarsi e chiacchierare a lungo, dissetandosi con della birra, mangiando un panino con la salsiccia, accendendosi una sigaretta e ricominciando da capo. Il sostegno, il sostegno. Che è cosa ben diversa dalla linea di difesa che blocca gli assalitori di quarterback. Perché siccome il rugby è sport di intelligenza tattica, esistono i cosiddetti taglia-fuori: mosse furbe per intralciare la direzione di corsa del placcatore, assorbirlo e impedirgli di andare a caccia del collega che ha il possesso del pallone.

Poi si può sempre entrare nel dettaglio, tipo suggerire a qualcuno di dare un’occhiata ad un match di Rugby League, quello che si disputa con tredici uomini anziché quindici. Sbirciare le regole e rendersi conto che, porca miseria!, ma è quasi come il football americano. Non è un caso che il football sia nato dopo ch i britannici emigrati al di là dell’Atlantico avevano esportato il verbo del rugby. Le prime regole del football risalgono all’incirca al 1860, la nascita ufficiale del rugby è stata fissata al 1823, ma degli embrioni si erano già notati precedentemente.

Le lezioni però stufano e poi – tornando a monte – non abbiamo nulla contro il football, il suo spettacolo, le gesta di atleti che corrono come schegge, resistono agli urti, riescono a far passare un pallone tra un grovigli di corpi e braccia tese per intercettarlo, per iarde e iarde. Oddio, anche nel rugby accade molto di tutto ciò e tra l’altro quelli in campo non hanno elmetti e armature addosso, al più il paradenti perché il sorriso vuole la sua parte. E soprattutto le azioni non durano secondi, ma minuti e si snodano in più fasi. Amen.

C’è il tale che infine cita Gisele Bundchen e di fronte ad un argomento del genere è difficile rispondere. Tom Brady ha di che consolarsi dopo averle prese nuovamente da Eli Manning. Ma a mente fredda uno pensa alla tribuna dello stadio di Monigo, quello della Benetton Treviso. E conclude che sì, Gisele è Gisele, ma dato che a differenza di Brady siamo esseri comuni, la concentrazione di tose della Marca sugli spalti è vicenda piacevolissima e ti costano anche meno: una birra o un prosecco a fine incontro, mica debiti in banca. 

 

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