Bashar Al Assad, amico del Cremlino

By Redazione

febbraio 6, 2012 Esteri

È scontro aperto in seno al Consiglio di Sicurezza Onu. Il verdetto finale sul voto a sostegno o meno della risoluzione messa a punto dalle Nazioni Unite, su consiglio della Lega Araba, appositamente studiata per piegare e spezzare le gambe del nemico siriano, non stupisce. Tutto si è concluso come da pronostico. Su tredici si, due no. A pronunciarli nell’infuocata sessione organizzata sabato scorso al Palazzo di Vetro sono stati Mosca e Pechino. Due no che incidono non poco sull’immagine della comunità internazionale e la sua incapacità ad agire in tempi rapidi. Il suo raggio d’azione, in molti casi, si è rivelato inefficace, debole e poco incisivo. Il veto incrociato di Russia e Cina ha rappresentato per certi versi la naturale conseguenze di quest’impasse politica e diplomatica. Immediate le reazioni di Usa, Gran Bretagna e Francia, che hanno condannato all’unisono il no perentorio di Mosca e Pechino. Gli Stati Uniti hanno espresso il loro pieno e totale “disgusto” verso una decisione così drastica. Lo stesso messaggio è arrivato poco dopo dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dall’Italia. Il no dell’asse russo-cinese pesa come un macigno. E non si tratta del primo veto, che risale invece allo scorso novembre.

La decisione presa sabato in sede Onu, che blocca di fatto ogni possibile intervento in Siria, sembra voler confermare la nascita di una nuova ridistribuzione delle forze sullo scacchiere della politica mondiale, dove il polo Russia – Cina sta acquistando sempre più importanza. A tal proposito è lecito domandarsi: che cosa di nasconde dietro il perentorio “net” russo e il debole “méiyǒu” della Cina? La risposta è scontata, quasi quanto l’esito del voto. Le ragioni del rifiuto scaturiscono essenzialmente da un gioco di forze e, soprattutto, dalla necessità vitale di mantenere inalterati determinati equilibri geopolitici. Questo spiega anche perché la “Siria non sarà mai la Libia”. Già all’epoca dell’intervento militare in Libia da parte delle forze occidentali, Russia e Cina mostrarono il loro scetticismo. Anche allora non condivisero il voto sulla risoluzione Onu contro la Libia e optarono per l’astensione. In secondo luogo, non è un mistero che tra Russia e Siria corra buon sangue. La cooperazione tra Mosca e Damasco affonda le sue radici in epoca sovietica, quando l’Urss divenne uno dei principali partner commerciali e fornitori di armi di Damasco. La situazione non è molto cambiata oggi. Questo spiega perché soprattutto Mosca si opponga fermamente ad ogni intervento armato studiato e messo a punto dalle Nazioni Unite. Il timore di un eventuale rovesciamento del regime di Assad, infatti, metterebbe a rischio i rapporti privilegiati tra i due Paesi.

L’amicizia tra il Cremlino e Damasco si è rinnovata nel 2005, con la visita ufficiale di Bashar al-Assad a Mosca. Per l’occasione, la Russia ha cancellato tre quarti del debito di Damasco contratto in epoca sovietica (da 13,4 miliardi di dollari a 9,6 miliardi di dollari). Una concessione non priva di un tornaconto personale. La Russia, da allora fino ad oggi, ha acquisito una posizione di notevole importanza nel mercato siriano, soprattutto nel settore energetico e delle armi. Entrambi hanno apportato proficui vantaggi a Mosca. Si è calcolato, per quanto concerne il rifornimento di armi a Damasco, che la Russia abbia stipulato con il regime contratti del valore di 4 miliardi di dollari ciascuno. Sempre nel 2008 la Siria ha stretto accordi con Mosca per la vendita di caccia Mig-29SMT, sistemi di difesa anti-aerea Pantsir S1E, missili tattici Iskander, aerei Yak-130 per l’addestramento dei piloti e persino due sottomarini Amur-1650. Sommando tutte le voci, tra infrastrutture, settore energetico e turismo, gli investimenti russi in Siria ammonterebbero a quasi 20 miliardi di dollari. Gli interessi economici si legano a ragioni di natura politica. La Siria è senza dubbio il principale alleato russo nell’aerea, come dimostrato anche dalla recente sosta in acque siriane di una flottiglia russa. E insieme a Teheran, Damasco rappresenta un baluardo anti – occidentale in Medio Oriente.

Il no pronunciato sabato a New York non è piaciuto ai tre membri permanenti occidentali del Consiglio di Sicurezza: Usa, Gran Bretagna e Francia. Il Dipartimento di Stato americano senza troppi giri di parole ha definito la decisione di Mosca e Pechino “una mossa disgustosa”. Sulla stessa linea accusatoria anche il Regno Unito e l’Eliseo. Perfino l’Italia, attraverso il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, si è detta sconcertata per la posizione radicale assunta dai due.

È chiaro dunque come la risoluzione Onu contro la Siria abbia contribuito a generare inconciliabilità tra le parti. Difficilmente esse riusciranno a trovare un accordo più consono alle molteplici esigenze. La Russia ha accusato la comunità internazionale di non aver prestato la dovuta attenzione agli “emendamenti” presentati dai suoi delegati alle Nazioni Unite. Qualche ora prima dell’inizio della sessione straordinaria indetta al Palazzo di Vetro, il ministro degli Esteri moscovita, Sergej Lavrov,  ha incontrato personalmente il suo omologo tedesco, Guido Westerwelle, e il Segretario di Stato americano Hillary Clinton, mostrandosi alquanto fiducioso. Una fiducia, come lo stesso Lavrov ha dichiarato agli organi di stampa connazionali, “tradita” in sede Onu dai suoi stessi colleghi. “Usa, Gran Bretagna e Francia hanno optato per la pressione psicologica nei confronti di Mosca. Si sono presentati al Palazzo di Vetro con sottobraccio il documento rivisitato, dove non si teneva alcuna considerazione per gli emendamenti da noi esposti”. E se la Russia esprime amarezza, la Cina difende a spada tratta il veto alla risoluzione, ritenendo assolutamente sbagliate le pressioni occidentali per un cambio di regime in Siria.

I giochi di potere tra le due fazioni contrapposte appaiono sempre più chiari. Entrambe hanno interessi da difendere e proteggere. Russia e Cina tutelano gli interessi economici, mentre il fronte occidentale formato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia salvaguarda obiettivi essenzialmente strategici. Ad esempio, l’assunzione del controllo di tutto il Mediterraneo, o la volontà comune di isolare politicamente l’Iran, grande alleato della Siria, e nel contempo ridurre l’influenza di Mosca e Pechino in Medio Oriente. Un influsso crescente, che genera timori e preoccupazioni in seno alla stessa comunità internazionale, e che rafforza l’asse Damasco – Teheran. Ed è proprio questo l’intento degli Usa e dei suoi alleati: riuscire a spezzare questa retta ideale che unisce la Siria all’Iran. Al centro del campo si colloca un preziosissimo e ambitissimo patrimonio energetico, considerato ancora strategico per guadagnare in credibilità e supremazia. Un bottino che fa gola a tanti, troppi. E in questa lista d’insaziabili non si collocano solo gli Stati Uniti, ma soprattutto la Russia e la Cina.

Nonostante il polverone di polemiche e accuse che hanno travolto la comunità internazionale, gli appuntamenti diplomatici fissati nell’agenda del Cremlino non sono venuti meno. Domani Sergej Lavrov sarà in visita ufficiale a Damasco, dove incontrerà il presidente Bashar Al Assad. Il ministro degli esteri russo porterà con se un messaggio del presidente Medvedev, ma, come ha precisato l’agenzia di stampa moscovita Itar – Tass, il contenuto della missiva rimarrà top secret. La missione diplomatica di Lavrov arriva in un contesto internazionale incandescente, pronta ad esplodere. Pare infatti, ma la notizia non è confermata, che la Russia voglia proseguire il suo cammino in solitaria, e che l’incontro di domani serva a sancire una nuova collaborazione tra Mosca e Damasco. 

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