Il peana e la guerra al blues

By Redazione

febbraio 5, 2012 Cultura

Mark Lanegan, per chi non lo conoscesse è la parte buia e senza stelle di Jeff Buckley. E’ la più intensa voce tra i sopravvissuti agli anni novanta, con buona pace di Eddie Vedder, che amiamo lo stesso alla follia. Dopo l’esperienza con i Gutter Twins e Greg Dulli, dopo la creazione dei Soulsavers e dei duetti con Isobel Campbell, al termine della sua esperienza con i Queens of the Stone Age e della reunion della sua storica formazione – gli Screeming Trees – Lanegan torna con un album solista. 

“Blues Funeral” è una pietra angolare, ma con epitaffio su di essa inciso, rivolto alla sua passata esperienza musicale. Lanegan, l’uomo-ombra, la voce più lacerante e calda che potrete mai sentire dedicare esili canzoni d’amore e morte all’umanità, ha ancora i suoi fantasmi pronti ad aggredirlo e a fare imboscate nel suo cervello, a minare nuovamente le sue certezze di essere umano. Per cercare di liberarsi da questi spiriti perversi – strazianti per la sua stabilità ma vera e propria fonte di ispirazione per le sue composizioni – il cantante statunitense ha plasmato quest’album, in uscita il 6 febbraio 2012, con maligne intenzioni: “Blues Funeral” è una sorta di rito d’espiazione di carattere musicale, un tavolo di tortura insanguinato in cui Lanegan riesce a fare lo scalpo al rock, a scuoiare a mani nude il blues e ad unire, agli amabili resti rimasti sul lettino operatorio, loop degni del synth pop più snob che un residuato del grunge potrebbe mai ponderare. 

Inaspettatamente, dopo la mattanza sonora, Mark Lanegan getta delle basi positive e vagamente brillanti sul suo percorso. E la luce, anzi la penombra, è elemento nuovo rispetto al buio terso a cui il musicista ci ha da sempre abituati. E così ammiriamo con soddisfazione un album di cui, in un momento in cui il rock sembra essere in chiaro debito d’ossigeno, Lanegan riesce a riordinare le proprie idee e plasmare musica di livello superiore. E il gesto artistico dell’oscuro countryman ricorda quello di un saltatore in alto che, già campione del mondo, vuole alzare l’asticella per battere il record. Ed è grazie a questa sfida nei confronti di sé stesso che noi oggi possiamo ascoltare brani come “The Gravedigger’s Song”, incalzante cavalcata del peccatore contro le spirali della tentazione; “Bleeding Muddy Water” introspettiva elegia pagana; il nuovo rock di “Riot in My House” e il ritrovato blues di “Phantasmagoria Blues”. Da notare poi le schegge sintetiche di “Ode to Sad Disco” e “Harborview Hospital”, figlie degli anni ottanta di Depeche Mode e Bauhaus, e la splendida “St.Louis Elegy”, gospel dall’anima bianca. Ma è con il duetto conclusivo “Deep Black Vanishing Train” e “Tiny Grain of Truth” che la ruralità del country si impossessa nuovamente di Lanegan e, scuotendolo, gli consente di esprimersi come forse mai prima d’ora: non brani ma pezzi di animo, composizioni così sentite, intime e inconfessabili da risultare quasi violente nel loro crudo iperrealismo. 

Più che un disco un viaggio fatto da immagini di scioccante realtà urbana, con tanto di spettri, sensualità e abbaglianti momenti di sincerità sconcertante. Un uomo nudo canta dinnanzi a voi. E’ un istante quello che vi serve per capire che in realtà è vestito ed ha un cappello nero, gigantesco, in testa. Non demordete e continuate a guardarlo fisso negli occhi.

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