E no che non m’annoio

By Redazione

febbraio 5, 2012 politica

“Monti dipinge una realtà che i giovani già vivono. In 10 anni ho cambiato 6 città, 10 case, 5 lavori. Non é male”. Lui è Francesco Luccisano, 29 anni, bergamasco per nascita e cosmopolita per necessità lavorativa. Francesco fa anche parte di RENA, la Rete per l’eccellenza nazionale, un’associazione indipendente di giovani che si occupa, tra le tante cose, di spiegare ad altri giovani qual è il mondo del lavoro che lo attende. Quello citato in apertura è il suo tweet di giovedì mattina, rimbalzato in lungo e in largo nella rete dopo le parole del premier Mario Monti sulla “monotonia” del posto fisso. A Notapolitica ha spiegato perché, secondo lui, Monti non ha fatto altro che sfondare una porta aperta, a mostrare una realtà con la quale in troppi, oggi, si ostinano a non voler fare ancora i conti.

Insomma, Francesco: tante case, tanti lavori…non ti annoi di sicuro.
A dire il vero quello che mi ha colpito è che forse ci siamo persi l’affermazione più forte. Che non era quella del posto fisso noioso, ma era la parola “apartheid” che Monti ha usato dopo un po’ per descrivere la separazione tra chi non gode di nessuna tutela e ammortizzatore sociale, cioè la nostra generazione, e quelle precedenti. Forse quello è il vero problema. Il fatto di dover cambiare lavoro spesso e di non poter contare sul posto fisso lo sapppiamo già. Infatti, la cosa che mi è piaciuta è che tante persone hanno risposto al mio tweet dando i loro numeri: cinque case, sei paesi, quattro nazioni, tre lavori… Di fatto, Monti ha squarciato un velo che nella vita di tutti i giorni era già squarciato. Nessuno, secondo me, nutre più l’illusione, ma neanche l’aspirazione ad un posto che sia uguale a se stesso per tutta la vita. E se qualcuno ha ancora quella speranza, bisogna anche dirlo che si sbaglia. Senza dover per forza nascondersi dietro un dito.

Ed è poi anche quello che cercate di insegnare ai ragazzi coinvolti nel progetto “(In)formiamoci”, con l’associazione Rena.
Sì, è un progetto che abbiamo pensato per gli studenti degli ultimi anni delle scuole superiori. L’obiettivo è quello di colmare il gap tutto italiano tra scuola ed università, o scuola e mondo del lavoro. Si concretizza attraverso incontri nelle scuole, durante i quali i ragazzi vengono coinvolti in veri e propri giochi di ruolo. Gli studenti vengono incoraggiati ad immedesimarsi in professioni che non conoscono, e che sono sostanzialmente tutte quelle che facciamo noi, che fanno i giovani della nostra generazione. Da questo gioco nasce la curiosità e il desiderio di capire come funziona il mondo del lavoro. Una delle prime cose che spieghiamo loro, è che non devono avere paura della flessibilità, di cambiare lavoro, di costruirsi un curriculum che sia fatto soprattutto di esperienze, e non solo titoli.

Si può fare un parallelismo con l’affermazione di qualche giorno fa del viceministro Michel Martone, quella sui 28enni “sfigati” perché alla loro età non hanno ancora una laurea?
Un parallelismo può esserci sotto l’aspetto della comunicazione, più che dei contenuti. Entrambe le uscite sono state percepite in maniera negativa perché, sostanzialmente, hanno detto cose che tra di noi ci diciamo tutti i giorni, ma forse non vogliamo sentirci dire da chi non è percepito come uno che vive la nostra stessa situazione. Mi spiego. Tra noi ce lo diciamo, magari, che il tale è uno sfigato perché non si dà da fare e resta a farsi mantenere dai genitori. Tra noi ce lo diciamo che non troveremo mai un posto fisso e che, anzi, sarebbe forse persino noioso restare più di due o tre anni nello stesso posto. Però sentirselo dire da qualcuno che viene percepito come “estraneo” può aver urtato. C’è da dire che Monti ha fatto questa affermazione mentre con l’altra mano sta lavorando per andare a infastidire altre categorie, che non sono certo i giovani. Fare una riforma del mercato del lavoro che incide sulla licenziabilità dei lavoratori dipendenti va a colpire i più vecchi, sostanzialmente. Così come la riforma delle pensioni. Secondo me né Monti né Martone hanno detto nulla di falso. L’urto è stato più che altro mediatico. Forse è anche colpa nostra, che guardiamo il dito e non la luna quando qualcuno indica i problemi che ci riguardano.

Vivi il fatto di aver dovuto cambiare lavoro così tante volte come un problema, un ostacolo, oppure come un’opportunità?
Innanzitutto, premetto che non ho cambiato sempre in meglio. La carriera non è una linea che cresce esponenzialmente, ma ha i suoi alti e bassi. Dal mio punto di vista è stato sicuramente un arricchimento. Ogni esperienza, ogni lavoro diverso che ho fatto mi ha permesso di aggiungere valore ai lavori che ho fatto dopo. Non nascondo però che il nostro Paese non ci aiuta ad essere così aperti al cambiamento. Ho cambiato cinque città, molti lavori, ma non ho mai usufruito di un affitto agevolato, non ho mai avuto un sussidio di disoccupazione che mi aiutasse nei momenti di passaggio. Ho sempre contato soltanto su di me e, soprattutto all’inizio, sull’aiuto dei miei genitori. E questo mi ha fatto pensare: la mia carriera è iniziata con degli stages a titolo gratuito a Ginevra, che mi hanno permesso poi di trovarmi lavori interessanti negli anni a venire. Ho sempre pensato: i miei colleghi più brillanti di me, che non potevano permettersi quell’ultimo miglio dopo l’università, come hanno fatto? Sono uno spreco per il Paese, perché nonostante fossero più bravi di me non hanno potuto permettersi quel passo in più in una città straniera. Il cambiamento è giusto, è vero, ma ci serve un sistema di ammortizzatori sociali che lo incoraggi e lo aiuti, non che lo ostacoli.

Invece da noi è tabù quello che negli altri grandi paesi occidentali è la normalità: essere pronti a fare le valige per andare dove gli studi e il lavoro portano. Senza aspettarci che accada il contrario.
Noi abbiamo preferito aprire un’Università per ogni paesino, in modo da poter andare in una sorta di “grande liceo” anche dopo la maggiore età. È vero che spesso è questione di maggiore o minore apertura mentale, ma è anche vero che questa deve essere supportata da precise scelte politiche. Per favorire davvero la creazione di un ambiente che sia aperto alla flessibilità e al cambiamento, bisogna essere pronti a cambiare anche quelle cose che fanno un po’ paura. Come ad esempio chiudere qualche università e magari destinare qualche soldo in più per i sussidi agli studenti fuori sede. Oppure ripensare alla cassa integrazione così com’è strutturata oggi per poter desinare più risorse ai sussidi di disoccupazione. Sono tutte cose che nascono da cambiamenti culturali, ma devono trovare un riflesso necessario anche nelle politiche.

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