Totò, Scalfaro e la fellonia

By Redazione

febbraio 4, 2012 politica

Oscar Luigi Scalfaro è stato ricordato nei coccodrilli della stampa per due episodi, lontani nel tempo e negli intenti, che ne hanno chiaramente delineato i contorni più come uomo che come statista. Il più noto è senz’altro lo sfogo a reti unificate “A questo gioco al massacro io non ci sto!” pronunciato il 3 novembre del 1993 per difendersi dalle accuse infamanti di essere stato toccato da un giro di fondi neri. L’altro episodio, di cui si è scritto in maniera frettolosa, attiene al costume ed è passato alla cronaca come “il caso del prendisole”.

Era l’estate del 1950 e il giovane Scalfaro stava pranzando in compagnia di alcuni compagni di partito a un tavolo del ristorante romano “da Chiarina”, in via della Vite. I suoi occhi caddero sulle spalle nude di una giovane donna, Edith Mingoni in Toussan, seduta a poca distanza da lui. Numerose sono le ricostruzioni che di questo episodio si sono fatte negli anni. Alcune parlano di uno schiaffo che Scalfaro avrebbe dato alla signora, altre di un intervento di alcuni agenti chiamati dallo stesso esponente democristiano. Tuttavia quel che è certo è che, quel primo pomeriggio, si sentì in dovere di redarguire la signora per quello che, stando ad una delle tante versioni, lui riteneva “Uno schifo! Una cosa indegna e abominevole!”. A Scalfaro quella vicenda fruttò numerose critiche, una querela per diffamazione, ma soprattutto due guanti di sfida lanciatigli dal padre e dal marito della signora Mingoni in Toussan, fermamente decisi a chiedere riparazione dell’onore offeso.

Entrambi ufficiali dell’aeronautica, gli uomini più prossimi alla donna, sfidarono a duello Oscar Luigi Scalfaro il quale però, non accettò la sfida – che sarebbe stata comunque impraticabile per motivi di legge facilmente individuabili – adducendo come scusa la sua fervente professione di fede cattolica che gli impediva di battersi. Il rifiuto attirò sulla sua testa lo sdegno di tutti i gentiluomini d’Italia, disgustati dal comportamento pavido. Il più indignato apparve fin da subito il principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis, ai più noto con il nome d’arte Totò. Il comico napoletano, il quale nobiluomo lo era fino in fondo, inviò una stizzita e vibrante lettera al quotidiano socialista Avanti! in cui accusava Scalfaro e i suoi compari prima di  villania e poi di fellonia.

“Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti. La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata.  Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima.
Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto.
Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa”. 

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