Scalfaro e la storia del Sisdegate

By Redazione

febbraio 4, 2012 politica

La vicenda del Sisdegate fu archiviata perché non venne mai fatta la rogatoria a San Marino per vedere se l’ex capo dello stato vi possedesse conti a lui riconducibili, anche tramite terze persone. E per la caduta in prescrizione del reato di peculato. Quello di  abuso d’ufficio era già stato provvidenzialmente abolito dal primo dei governi di Romano Prodi.

Adesso che Oscar Luigi Scalfaro è morto valga anche per lui il “parce sepulti”. Però venga almeno ricordata la parte finale, l’epilogo, della telenovela dei fondi neri del Sisde che, per prassi, a lui come ad altri ministri dell’Interno prima e dopo di lui, vennero messi a disposizione per spese che andavano dalla rappresentanza istituzionale al pagamento brevi manu dei pentiti. Prima che venisse approvata la legislazione premiale che sarebbe poi stata così generosa con questi soggetti. Queste e altre cose vennero raccontate anche a chi scrive personalmente dal prefetto Riccardo  Malpica, che per tre mesi ereditò dal suo predecessore Vincenzo Parisi l’usanza in questione: ossia consegnare cento milioni al mese cash al signor ministro in una capiente busta presso il Viminale.

Il quotidiano “l’Opinione” (e in seguito anche l’ “Indipendente” di Vittorio Feltri) per avere all’epoca scritto le cose rivelate da Maurizio Broccoletti, e  poi confermate dagli altri enti accusati di essersi appropriati dei fondi del Sisde che detenevano fiduciariamente, fu sottoposta a pressioni quirinalizie di ogni tipo. Fino a venire privata, per ordini promananti dall’alto, di un sostanzioso contratto pubblicitario già firmato con una concessionaria molto importante. 

E, poiché la storia delle istituzioni italiane e del loro rapporto con i giornali di opposizione gronda queste lacrime e di questo sangue, è bene che la gente sappia come andò a finire l’inchiesta sul Sisde gate per quel che riguarda Oscar Luigi Scalfaro. Dopo la denuncia contro di lui da parte dell’ex amico Filippo Mancuso, il ministro guardasigilli del primo governo Berlusconi, che di Scalfaro diventò in seguito acerrimo nemico (Mancuso aveva presieduto la commissione amministrativa voluta all’epoca per scagionare Scalfaro anche dall’accusa di avere semplicemente percepito quei soldi ma si rifiutò di obbedire a chi voleva questa “cover up”), l’epilogo dell’inchiesta  sui 100 milioni al mese che alla fine, dopo anni di smentite,  l’ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro ha dovuto ammettere di aver preso per anni dai direttori pro tempore del Sisde tra il 1983 e il 1987  (cioè prima da Vincenzo Parisi e poi da Riccardo Malpica) somiglia a una nemesi che sa di legge dantesca del contrappasso.

Proprio  colui che aveva tuonato contro le rogatorie a rilento e le prescrizioni quando riguardavano Silvio Berlusconi, dovette in seguito   la propria salvezza giudiziaria agli stessi “deprecati” motivi. L’input alla riapertura della  “vecchia storia” dei cento milioni al mese lo diede, come si diceva, l’ex guardasigilli del primo governo Berlusconi Filippo Mancuso. Con una denuncia presentata di persona il 25 giugno 1999. Cioè un mese dopo la elezione di Ciampi  e la fine del mandato presidenziale di Scalfaro. Nei successivi  due anni il Tribunale dei ministri, all’epoca composto dal presidente Costantino Pucci e dai giudici Giuseppe Pesce e Fausto Basile, tentò finché possibile di andare avanti. Sentendo di nuovo, ad esempio, i due capi di gabinetto, Raffaele Lauro e Antonio Lattarulo, di quando Scalfaro è stato al Viminale.

Due cassieri del Sisde, Oronzo Massa e Silvio Liotta avevano ulteriormente confermato, da parte loro, che Scalfaro, due giorni prima di lasciare la propria carica di ministro dell’Interno, si era fatto dare cash 350 milioni di lire per una non meglio precisata esigenza istituzionale. Sulla prassi (che il tribunale dei ministri definisce “scorretta”) del farsi dare soldi brevi manu dal Sisde, venne  interrogato anche Marco Minniti. Alla fine l’assunto della denuncia di Mancuso risultò  collimare alla lettera.

Ma a quel punto entrò in scena  l’ex ministro del governo Prodi Augusto Fantozzi, che tra il 1983 e il 1987 era nel cda del Credito industriale sanmarinese. Dove si sospettava che Scalfaro e/o qualche suo parente  potessero avere avuto dei conti correnti. Fantozzi rappresentò il determinante asso nella manica per la difesa dell’ex presidente della repubblica. A lui Scalfaro deve questa archiviazione.

Quando infatti  la procura di Roma inoltrò domanda di rogatoria per la banca del Credito industriale sanmarinese (la stessa dove avevano i soldi Broccoletti e soci), per sapere se qualche conto corrente potesse avere fatto riferimento all’ex capo dello stato o a suoi congiunti, il commissario delle rogatorie ha subito fermato l’iter: molto diligentemente si era accorto che erano scaduti i tempi della prescrizione per i reati contestati a Scalfaro almeno nel paese di San Marino.

Hanno perciò fatto fede esclusivamente le dichiarazioni dell’ex ministro Fantozzi che ha messo a verbale che  “lui in banca non aveva mai sentito dire” che nel Credito industriale sanmarinese Scalfaro o la figlia Marianna avessero mai avuto conti correnti. Con il senno di poi quel “non ci sto” televisivo a reti unificate  per cui venne fatta interrompere una partita di coppa Uefa in corso può essere letto come il classico segnale che tutto doveva andare in una certa maniera.

E due magistrati romani, l’ex sostituto Francesco Misiani, autore di “La toga rossa”, e l’ex procuratore capo Vittorio Mele, nel libro “procuratore a Roma”, parlarono ampiamente delle pressioni dentro e fuori della magistratura per frenare l’inchiesta all’epoca condotta dal pm Leonardo Frisani. Mele in particolare ricordò di essere stato persino convocato dall’ex responsabile del Pci, poi Pds, Ugo Pecchioli, che in quei primi anni ’90 dirigeva il Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza, l’attuale Copasir. Insomma, se a tutti quelli che trapassano è dovuto il massimo rispetto, non per questo si deve iniziare un’ipocrita opera di canonizzazione istituzionale. Come al solito “bipartisan”.

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