Le chiacchiere stanno a zero

By Redazione

febbraio 3, 2012 politica

Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, è stata chiara: il dialogo con le parti sociali sarà aperto nei contenuti ma serratissimo nei tempi. Entro due settimane al massimo intende portare sul tavolo del Governo la bozza definitiva di una riforma del mercato del lavoro. Con o senza l’avallo di Cgil, Cisl e Uil. Fornero suona la carica per conto del premier. È stato proprio Mario Monti a promettere ai colleghi europei il 30 gennaio che si sarebbe presentato alla riunione successiva con la riforma quantomeno imbastita. Il ministro del lavoro la considerava una missione impossibile, tanto da sconsigliare vivamente il capo del governo a sbilanciarsi in simili rassicurazioni. Ora che però la frittata è fatta, è diventata una priorità. La deadline è quella dunque del 20 febbraio, quando si terrà la prossima riunione dell’eurogruppo.

Si preparano giorni d’inferno per il dibattito nazionale. Il ministro Fornero vuole una riforma che preveda l’inserimento delle ragioni economiche tra le giuste cause di licenziamento. I sindacati sono disposti a discutere, ma non a smuovere i paletti dell’Articolo 18 o della cassa integrazione. Confindustria rilancia, e chiede al Governo di sostituire l’obbligo del reintegro sul posto di lavoro con un risarcimento in denaro al lavoratore lasciato a casa.

Il leader della Cgil, Susanna Camusso, resta dubbiosa sul fatto che un accordo si possa effettivamente raggiungere. Intravvede l’intenzione del Governo di fare comunque orecchie da mercante alle rivendicazioni sindacali più ostruzioniste. Per lei la Fornero ”si fa prendere la mano sull’idea che si possano avere delle scorciatoie sui licenziamenti. Il problema che abbiamo – spiega Camusso – non è quello dei licenziamenti, ma quello di come si crea lavoro in questo Paese”. Più ottimista Luigi Angeletti, segretario generale della Uil: “Sono stati rimossi degli ostacoli, credo che ci siamo migliori condizioni per fare un accordo nelle prossime settimane”. Secondo Angeletti, il governo “ha cambiato opinione sulla questione della cassa integrazione. Ha accettato in gran la parte le nostre indicazioni sull’ingresso al lavoro e ha dimostrato una sufficiente flessibilità nel dire “abbiamo problemi che riguardano l’entrata e l’uscita nel mercato del lavoro, ci aspettiamo che le parti ci diano delle indicazioni e delle soluzioni”.

Ma anche se sulla Cassa integrazione si dovesse trovare la quadratura del cerchio, sul tavolo resterebbe comunque il nodo chiamato Ar­ti­co­lo 18. Se dialogo sarà, sarà tra sordi. Da un lato siederanno quelli che lo considerano ancora un baluardo irrinunciabile per la tutela del lavoro, dall’altro quelli per cui è diventato ormai soltanto un totem da difendere per partito preso. In effetti, a dar retta soltanto all’aritmetica qualche dubbio sorge: i la­vo­ra­to­ri tu­te­la­ti dall’Art. 18 so­no il 33,19%, a ma­la­pe­na un ter­zo de­gli oc­cu­pa­ti to­ta­li. I rein­te­gri sul po­sto di la­vo­ro ex ar­ti­co­lo 18 so­no un cen­ti­na­io l’an­no. For­se 200, se­con­do le sti­me più ot­ti­mi­sti­che del­la Cgil. Ep­pu­re per i sin­da­ca­ti que­sto ar­ti­co­lo del­lo Sta­tu­to dei la­vo­ra­to­ri non si de­ve toc­ca­re, e Confindustria lo vede come fumo negli occhi. Per­ché? I primi hanno paura di un ritorno agli anni ’70, quando effettivamente era sufficiente essere in odor di sindacato per dare adito all’azienda di liquidare il lavoratore senza tanti complimenti. La seconda lamenta un disincentivo pazzesco allo sviluppo della media e grande impresa. E tutti i torti non li ha, visto che è ormai abitudine diffusa tra le imprese che raggiungono la quarantina di addetti scindersi in aziende più piccole, allo scopo di aggirare l’ostacolo.

La spunterà comunque l’esecutivo: dalla sua ha la giustificazione degli impegni da rispettare con l’Europa, ma anche una stampa amica e il fiato sul collo dell’opinione pubblica. I sindacati non hanno altrettanta fortuna:  abbaiano forte ma non possono mordere, privi come sono non soltanto del sostegno politico dell’opposizione parlamentare, che non è più solo a sinistra, ma addirittura di un vero contatto con le istanze del Paese reale

 

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