Il mistero di Tor Pignattara

By Redazione

febbraio 3, 2012 politica

I carabinieri avevano capito subito, o forse sapevano. E più di tutti aveva capito quel carabiniere che sembrava il Gigi Arnaudi de “I racconti del maresciallo” di Mario Soldati; o forse “semplicemente” aveva intuito, e l’intuito spesso è meglio di qualunque sofisticata apparecchiatura dei RIS.

Ne ha di esperienza, il maresciallo: ne ha viste di tutti i colori, storie di paese e di città; e ha imparato a vedere dove gli altri guardano, ad ascoltare dove gli altri sentono. Per questo è rimasto maresciallo. “No”, aveva subito detto sicuro. “Questo morto con la storia dei cinesi proprio non c’entra”.

Forse aveva raccolto qualche voce che lui solo sapeva; oppure dopo aver letto le prime righe del rapporto aveva saputo tirar qualche somma; certe cose si respirano, sono nell’aria. Fatto è che lui aveva subito detto che quel corpo carbonizzato e abbandonato a Spregamore lungo l’Ardeatina forse era di un pregiudicato, una delle tante vittime della guerra che si combatte a Roma tra bande di spacciatori per il controllo del territorio; ma che certamente non era il secondo magrebino, quello di cui si è persa ogni traccia, a differenza del complice, trovato impiccato.

L’aveva detto, il maresciallo, aggiungendo a bassa voce: “Li lasci dire e scrivere, durerà al massimo un paio di giorni, poi verrà fuori che questo morto non c’entra nulla. La storia è un’altra”. Il maresciallo, proprio come Arnaudi fuma dei piccoli toscanelli, e ama la cucina delle vecchie trattorie, un bicchiere di vino e una carbonara.

La storia che racconta, dice, è la sintesi di una serie di confidenze, allusioni e mezze voci, occhiate, silenzi e sguardi che bisogna saper capire. E quali sono, dunque queste confidenze, allusioni, mezze voci? E per cominciare, che fine ha fatto il secondo marocchino della rapina conclusa con l’uccisione di Zhou Zheng e della figlia Joy? “Quello”, dice il maresciallo, “se si deve dar retta alle voci del quartiere, chissà dov’è finito, dubito che lo prenderemo mai…”.

Morto anche lui? “Vivo, vivo”. Ma come? Uno morto impiccato, un suicidio che ha tutta l’aria di una messa in scena; e l’altro vivo, lasciato fuggire? Come si spiega? “Si spiega benissimo”, sorride sornione il maresciallo. Ed eccola, allora la storia. I due autori della sanguinosa rapina sono stati catturati quasi subito dai guardaspalle di Zheng; e poi sono stati interrogati come si può immaginare, intuire; avevano tante cose da raccontare, spiegare.

E alla fine parlano. Dicono chi li ha mandati, e perché. Dicono chi ha sparato e ucciso. L’assassino di Zheng è Mohamed, il marocchino trovato impiccato. Paga così aver ucciso Zheng e la figlioletta. Ma l’altro? L’altro non ha ucciso. Si sono limitati a dargli una lezione che non dimenticherà: gli hanno fatto male, molto male; gli hanno fracassato un buon numero di ossa, forse lo hanno reso storpio, per non dimenticare; poi gli hanno dato un consiglio: non farti più vedere, sparisci.
Se ti ribecchiamo, sei morto. Quello si è volatilizzato. A loro modo, hanno fatto giustizia, dice il maresciallo. Storia finita? “Qualcuno i due tunisini li ha mandati, e con quel qualcuno la partita è ancora aperta. Quel qualcuno è in “concorrenza” con i cinesi del quartiere; e i cinesi del quartiere sanno che c’è qualcuno che li vuole soppiantare.

Non credo che raggiungeranno una tregua, non subito almeno. E’ troppo presto. E soprattutto troppi interessi in ballo”. Dunque? “Avremo altri morti ammazzati, altri cadaveri. Ma quello carbonizzato sull’Ardeatina non c’entra nulla. E il secondo tunisino, se ha un po’ di sale in zucca, a quest’ora è già tornato nel suo paese”.
Le metterà in un rapporto queste confidenze, queste voci? Il maresciallo finisce il bicchiere, sorride, saluta e se ne va. 

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