Antisemiti radical chic

By Redazione

febbraio 2, 2012 Esteri

Anni fa, Fiamma Nirenstein, oggi deputata Pdl, allora giornalista della Stampa, , scrisse un libro sull’antisemitismo intrinseco di un certo pensiero progressista. Come quello del professor Asor Rosa, che candidamente si riferiva alla “razza ebraica” in maniera poco gentile. Nel 2008, annunciando la propria candidatura nelle file del PdL, la Nirenstein (ebrea, femminista con un passato nella sinistra sessantottina), venne dipinta dal vignettista Vauro Senesi come un mostro dal naso adunco, sul cui petto compariva una stella di David affiancata da un fascio littorio. Peppino Caldarola, sul Riformista, scrisse che quella vignetta equivaleva ad apostrofare la Nirenstein come “sporca ebrea”. Un giudice ha ritenuto che ciò non era vero, prendiamo atto. L’argomento di questo post è però un altro: i progressisti italiani, se così possono essere definiti gli stalinisti alla Vauro, non solo soli.

Al di là dell’Atlantico, dallo scorso dicembre si discute sulla fine del filo-israelismo bipartisan della politica e della società americana. Ben Smith racconta su Politico.com di come dalle parti di alcuni dei pensatoi più vicini al partito democratico ci si cominci a schierare su posizioni smaccatamente filo-palestinesi. Il che va benissimo: il diritto d’opinione è garantito anche al KKK, figurarsi se non vale per chi ha posizioni non “mainstream” sul conflitto arabo-israeliano. Piuttosto, ad essere fuori luogo, era l’utilizzo di certa terminologia di diretta derivazione neonazista, come ad esempio il termine “Israel firsters”, brandito per apostrofare gli ebrei che, secondo questi “progressisti”, metterebbero gli interessi di Israele al di sopra di quelli degli Stati Uniti.

L’accusa di “doppia fedeltà” veniva già usata contro gli ebrei dalla propaganda fascista, come da quelle nazista e comunista. Anche Stalin, infatti, ce l’aveva un sacco con gli ebrei, tanto da volerli deportare in Siberia dopo che avevano accolto con troppo entusiasmo Golda Meir, ambasciatrice del neonato Stato d’Israele in Unione Sovietica.

Pensatoi democrats come “Center for American Progress”, “Media Matters” e “+972”, quando parlano di “Israel firsters” non si riferiscono solo a quei “cattivoni” dei necon, ma anche a quegli ebrei liberal e democratici che sostengono il diritto di Israele ad esistere. Ne è un esempio l’infame accusa rivolta al giornalista dell’Atlantic Monthly, Jeffrey Goldberg, attaccato da Glenn Greenwald, della rivista Salon perché, durante la leva nelle forze di difesa israeliane, avrebbe pronunciato un giuramento in cui si faceva riferimento alla fedeltà allo Stato di Israele.

Ma non è finita: secondo questi “intellettuali”, infatti, non solo gli ebrei si permetterebbero di avere a cuore il destino dello Stato ebraico e di controllare i media (questo è scontato), ma soprattutto riuscirebbero addirittura a comprare i membri del Congresso. Almeno così la pensa Thomas Friedman, il liberal di origini ebraiche commentatore del New York Times, che proprio così ha “giustificato” la standing ovation ricevuta da Netanyahu (per le cui politiche Friedman prova una certa antipatia) da parte del congresso di Washington lo scorso anno.

Ora: non è tanto la questione dell’uso di termini chiaramente antisemiti, del riferimento al controllo della politica da parte degli ebrei e tutto il resto. Queste sono fesserie facilmente smontabili. Fa preoccupare però il fatto che esse ormai vengano utilizzate senza alcun pudore o vergogna, senza venire additati pubblicamente come antisemiti, ma anzi esaltati come intellettuali di riferimento, uomini e donne coraggiose che si battono contro lo strapotere giudaico-massonico finanziario e così via.

Tralasciando le paranoie e gli insulti antisemiti, gli stessi argomenti di fondo della polemica sono del tutto incoerenti. Chiunque ha il diritto di temere per la sicurezza di uno stato estero, specie se minacciato da vicini pericolosi del calibro di Hezbollah, Hamas, Assad & Co. E poi perché attaccare solo gli “Israel firsters”? Non sarebbero dunque ugualmente meritevoli di censura, secondo questo assurdo modo di guardare le cose, anche gli “Armenia firsters”, gli “Ireland firsters”, o i “Korea firsters”? Per loro niente vignette?

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