Il ticket Bersani-Renzi

By Redazione

febbraio 1, 2012 politica

Nelle scorse settimane la strategia di Pierluigi Bersani di prendere dialetticamente le distanze dal governo, per non farsi attribuire la paternità dei provvedimenti più impopolari, ha in parte funzionato. Il Pd si è imposto nel racconto giornalistico del Palazzo come il motore più efficace sul versante riformistico, intestandosi, ad esempio, la battaglia sulle liberalizzazioni.

Il tentativo del segretario è quello di non farsi logorare. Il capitale politico investito sull’operazione Monti è stato ingente. Le opposizioni  interne lo hanno capito, iniziando a cavalcare senza riserve il piano di governo dei tecnici anche, se non soprattutto, per indebolire il leader del partito in vista delle prossime consultazioni elettorali. Dopo una serie di passaggi a vuoto sui provvedimenti di natura economica, sono riusciti a mettere con le spalle al muro Bersani sulla questione della legge elettorale. La proposta del costituzionalista e senatore democratico Stefano Ceccanti ha trovato d’accordo una parte molto influente del Pdl: quella che fa capo a Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori azzurri. Un ibrido tra il modello spagnolo e quello tedesco, ben lontano dall’uninominale a doppio turno messo a punto dagli strateghi del Botteghino.

“Il modello Bersani? Ormai è una cosa che non esiste più”, si commenta nel gruppo parlamentare. Ma trovare qualcuno che lo dica fuori dall’anonimato è impossibile: “Lo stiamo costringendo, pian piano, a venire sulle nostre posizioni”. Ergo, non c’è nessuna intenzione di liquidare apertamente una proposta rilanciata solamente dieci giorni fa dal podio dell’Assemblea nazionale dei democratici.

A dare un’inaspettata mano alla segreteria, potrebbe essere sorprendentemente il sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Che in un’intervista omnibus rilasciata ieri al Foglio, ha parlato del partito che vorrebbe. Soffermandosi sulla richiesta di una tornata di primarie da prevedere per l’autunno. Aperte a tutta la coalizione, come “nella migliore tradizione del centrosinistra”.

Una soluzione che costringerebbe il Pd a guardare alla legge elettorale tenendo conto di un quadro di alleanze composito, e non alla sola compagine democratica. Una strada tutta da verificare, e probabilmente di difficile praticabilità. Ma che offre un assist prezioso a Bersani per smarcarsi dall’accerchiamento del Ceccantum, per riprendere in mano l’iniziativa. “Il non aver citato il modello che tanto piace a Walter Veltroni e Dario Franceschini è un segnale di profonda cautela da parte di Renzi, e di ponderazione dei termini”, dicono a Montecitorio. Non è un caso che la disapprovazione renziana si sia concentrata solo sul modello tedesco caro a Massimo D’Alema, oggi relegato ai margini della discussione. Perché un’uscita del genere in questo momento? Si inizia a sussurrare di un obiettivo ben delineato: “Entrare nel ticket per la premiership in qualità di numero due di Bersani”.

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