Rigore tedesco

By Redazione

gennaio 31, 2012 Esteri

Come da previsioni, al summit europeo di Bruxelles ( qui le conclusioni) passa la linea tedesca. Nonostante la frattura creatasi, con Londra, che già il 9 dicembre scorso non aveva sottoscritto l’accordo, e Praga, che non lo ha firmato “per motivi costituzionali”, il Fiscal Compact è stato approvato dagli altri 25 paesi dell’UE. Da oggi, dunque, cambiano le regole relative ai bilanci dei deficit e dei debiti pubblici dei paesi membri. Una misura che ha come obbiettivo quello di tentare di arginare la crisi finanziaria in cui è precipitato il Vecchio Continente.

Ci sono voluti mesi di accesi dibattiti e non pochi mal di pancia, ma probabilmente per la prima volta l’intero continente si è impegnato a sviscerare quello che molti hanno già battezzato come una misura profondamente impopolare. Ma cosa rappresenta realmente questo difficile accordo?

Secondo gli analisti, grazie all’approvazione del Fiscal Compact il cancelliere tedesco Angela Merkel ha, almeno parzialmente, imposto la sua linea di rigore ai paesi dell’Unione. Questo dovrebbe condurre ad un allentamento della rigidità tedesca su altri temi in cui finora Berlino non ha mai lasciato aperta nessuna porta.

Per giungere all’approvazione della misura, non sono però mancati i compromessi. Tra questi spicca l’accordo raggiunto dai 25 per l’allargamento delle riunioni dell’eurozona ai paesi che, pur non adottando la moneta unica, hanno sottoscritto l’accordo sul Fiscal Compact. Una decisione frutto di un lungo braccio di ferro tra la Polonia (favorevole a tale allargamento) e la Francia (che invece era contraria) e che ha prodotto un risultato intermedio. Il compromesso raggiunto, infatti, prevede la convocazione di un incontro “allargato” dell’Eurogruppo ai firmatari del nuovo patto di bilancio, dedicato ai temi dell’architettura della moneta unica e della competitività. Incontro che si andrà ad aggiungere ai due in cui verranno dibattuti dai soli paesi in cui circola l’euro i temi della convergenza e delle strategie economiche legate alla moneta unica.

Altro tema discuso nel corso del summit è stato il cosiddetto Fondo Salva-stati permanente. Anche in questo caso è stato raggiunto un accordo di massima che prevede l’entrata in vigore dello European Stability Mechanism, il fondo di salvataggio europeo nato nel marzo scorso da alcune modifiche del Trattato Europeo, la cui entrata in vigore è stata anticipata al luglio prossimo, a sostituzione dello European Financial Stability Facility attualmente in vigore. In questo caso l’ulteriore modifica del trattato sarà però firmata al vertice del primo marzo prossimo. Vi sono infatti ancora da limare alcune divergenze sulle risorse da mettere a disposizione: la Germania, sempre lei, è ferma a quota 500 miliardi, mentre altri paesi, tra cui l’Italia, chiedono che il fondo preveda almeno 750 miliardi.

Resta invece ancora irrisolto il “caso-Grecia”. La Germania, che continua a dimostrarsi rigida nell’approccio, continua a chiedere il commissariamento di Atene, mentre la Francia, per bocca di Sarkozy, tenta di rassicurare i creditori privati affermando che “ci sarà un accordo definitivo entro qualche giorno”, procrastinandode factoil raggiungimento di una soluzione definitiva del caso.

Ma la via del commissariamento non viene proposta solo per la Grecia. Nel corso del vertice, infatti, l’UE ha indicato tre priorità in cui tutti gli stati devono impegnarsi: lavoro ai giovani, completamento del mercato interno e accesso al finanziamento per le piccole e medie imprese. Il problema della disoccupazione giovanile, si sa, è una tematica estremamente scottante, per la quale non sembra essere stata trovata ancora una ricetta vincente. Proprio a tal proposito il Presidente della Commissione José Manuel Barroso ha proposto l’invio di commissari nei paesi con gravi problemi di occupazione. Tra cui figura, ovviamente, anche l’Italia.

La proposta di Barroso, che per ora resta una semplice idea, getta un’ombra sul ministro del Welfare, Elsa Fornero, e sul premier Mario Monti, per quanto quest’ultimo, al termine del summit di Bruxelles, si sia detto particolarmente soddisfatto dell’esito dello stesso. Il primo ministro, che addirittura il quotidiano liberale belga in lingua francese “Le Soir” identifica come il più adatto a sostituire il Presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy nel 2014, ha dichiarato che l’attuale esecutivo italiano è “europeo fin nella spina dorsale e nel cervello” sottolineando che i documenti approvati contengono numerosi punti in cui è evidente “una fortissima traccia italiana”. Per quanto riguarda il Fiscal Compact e le nuove politiche di rientro del debito, inoltre, Monti ha evidenziato che si tratterebbe di misure che sono “in linea con quanto auspicato dal Parlamento e dal governo italiano” e che non prevedranno “ulteriori appesantimenti o aggravi”.

In cuor suo, comunque, il presidente del Consiglio, che si è ormai definitivamente insinuato nell’asse Parigi-Berlino trasformando l’alleanza a due in una sorta di “Patto Tripartito”, spera che la Merkel, che ha ottenuto il “suo” Fiscal Compact, possa ora cambiare atteggiamento soprattutto nei confronti dei paesi meridionali. Magari riconoscendo la distinzione tra “deficit-spending”, la spesa in disavanzo, e sani investimenti produttivi. In soldoni Monti, auspica che Berlino dia il via libera ad iniziative quali gli Eurobond, che possano stimolare i grandi investimenti per il futuro. Un po’ quello che per anni ha chiesto l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti. E chissà che la nuova fiducia manifestata dalle istituzioni comunitarie a Roma non possa finalmente far sì che il nostro paese ottenga maggiore attenzione da parte di Bruxelles. Sempre che non venga stritolato dalle nuove regole previste proprio dal Fiscal Compact.

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