La rivoluzione del lavoro (forse)

By Redazione

gennaio 31, 2012 politica

Se qualcuno ha ancora voglia di scherzare o di perdere tempo, vada a farlo da qualche altra parte: l’Istat ci dice oggi che i disoccupati italiani sono tornati al livello del 2001 – 8,9% – con la disoccupazione giovanile schizzata al 31%. Colpa della recessione: senz’altro. Colpa delle tre manovre tutte tasse dell’anno scorso: sicuramente. Colpa della crisi dell’Europa: of corse. Fatto sta che per invertire radicalmente un trend negativo che, meglio di qualsiasi altro indicatore, descrive con brutale concretezza la crisi italiana, tocca cominciare a fare sul serio, rivoluzionando il nostro diritto del lavoro.

Speriamo davvero che il Presidente Monti e il ministro Fornero non si accontentino: qualsiasi intervento in materia che non abbia un approccio sistemico è destinato a risultare inutile, se non dannoso. Non si è chiamati ad aggiustare un po’ le cose, magari anche con misure intelligenti. Il problema del mercato del lavoro italiano deve essere affrontato in modo paradigmatico, con una rivoluzione copernicana che sposti veramente la centralità delle tutele dal posto di lavoro al lavoratore. Questo significa, ad un tempo, rivedere l’intero sistema di ammortizzatori sociali in direzione di quello spostamento e cambiare le regole dell’accesso e dell’uscita al lavoro, proteggendo e professionalizzando il lavoratore. Qualsiasi riforma che si limiti, in maniera anche tecnicamente valida, a razionalizzare l’apartheid tra tutelati e non tutelati, invece di eliminarlo per tutti i nuovi assunti, è destinata nel medio periodo a far peggiorare il drammatico dato della disoccupazione.

Monti sa che, ancora per i prossimi quattro, cinque mesi, i partiti gli voteranno in Parlamento praticamente tutto: né Pd, né Udc, né Pdl possono permettersi di intestare a se stessi il licenziamento del governo; i partiti restano deboli e impacciati e, malgrado siano agitati da mille inquietudini, continueranno a riposare nella loro inerzia fino all’estate. Gli avversari di una riforma sistemica del mercato del lavoro sono due: la Confindustria e i sindacati confederali. Fa benissimo il governo a coinvolgerli. Ma è evidente che entrambi non intendono cambiare, nei suoi meccanismi di fondo, il nostro mercato del lavoro perché, indisponibili come sono a riformare e adattare se stessi, ne ricaverebbero un danno oggettivo.

Quella di Confindustria è la foto di famiglia del capitalismo familista italiano: l’atteggiamento di Marcegaglia e Bombassei sulla cassa d’integrazione è frutto dell’indisponibilità a mollare le grame certezze del perverso rapporto tra stato e grandi imprese, per aprire finalmente il sistema-paese alle opportunità e ai rischi della globalizzazione. I sindacati, parimenti, non hanno nulla da guadagnare da una riforma vera del mercato del lavoro che, radiografati i loro iscritti di oggi, gli imporrebbe di reinventarsi una costintuency sociale. Una riforma del lavoro imperniata su un diritto unico non conviene né agli uni né agli altri. Questo è un fatto.

Ma conviene all’Italia, può salvare l’Italia. E anche questo è un fatto.

(Qdrmagazine)

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