La politica, a sorpresa

By Redazione

gennaio 30, 2012 Cultura

La sorpresa è che “The Iron Lady” è un film molto più politico di quanto ci si potesse aspettare dalle anticipazioni. Certamente non è politico nel senso che approva o condanna un partito, una ricetta di politica economica o una storia politica. In questi termini il giudizio è sospeso, anzi non c’è nemmeno lo sforzo di fornire allo spettatore gli elementi fattuali minimi per potersi formare un’idea precisa. Non c’è un tentativo di ricostruzione storica o politica degli eventi, né di spiegare il contesto in cui furono prese le decisioni. Non ci si poteva aspettare questo dalla regista Phillida Loyd, sarebbe stato probabilmente un disastro. E’ però fortemente politico perché è un film sulla leadership politica. Su una leadership fondata sui principi contrapposti alle convenienze come bussola dell’azione politica. E’ un ritratto del thatcherismo – al di là delle singole policies, sulle quali si può dissentire – come modello di leadership, di cui il film ci presenta in modo obiettivo punti di forza e di debolezza, mescolando sapientemente lato pubblico e privato del leader.

Un modello di leadership i cui pilastri sono moralità, fiducia nell’individuo, e soprattutto fermezza sui principi. «We will stand on principle, or we will not stand at all» («Staremo in piedi sui principi, o non staremo in piedi affatto»), si sente ammonire dalla Thatcher il segretario di Stato Usa Alexander Haig, recatosi al numero 10 di Downing Street per cercare di ammorbidire la posizione della Lady di ferro nella crisi con l’Argentina «fascista» per le isole Falkland. Forse la frase più emblematica del film, un monito che risuona all’indirizzo anche di tutti i leader politici di oggi. Ed è proprio di leadership fondate sui principi ciò di cui forse oggi i cittadini avvertono più l’esigenza.

E’ in frasi chiave come questa dunque, disseminate in tutto il film, anche nelle scene in cui Lady T. appare vecchia e malata, che emerge con forza il carattere positivo della sua leadership. La scelta di fare un film sulla Thatcher ancora in vita, per di più in preda all’Alzheimer, è e resterà controversa, soprattutto, comprensibilmente, agli occhi della famiglia. Ma persino le scene che la ritraggono fragile e confusa non sono mai irrispettose, o volte a strappare qualche lacrima facile. Pur con qualche evidente forzatura per motivi narrativi, come nella scena iniziale quando esce a comprare il latte al negozietto all’angolo eludendo la sicurezza, sono sempre funzionali alla descrizione del suo carattere e ad evocare i ricordi.

Come in ogni storia di potere, ci sono anche il volto seducente dell’ambizione, le imperfezioni e l’egocentrismo del leader, che all’epilogo di una vita vissuta con straordinaria intensità fa i conti con la propria coscienza, impersonata dal marito Dennis nelle sue frequenti allucinazioni. E si può toccare quasi con mano il dolore, il rimorso, per aver sottratto tempo e attenzioni agli affetti famigliari mentre era presa nella sfrenata corsa al “potere”, a riempire la propria vita di un «significato» che andasse oltre ciò che la società prevedeva allora per una donna piccolo borghese: stirare e preparare il tè.

Non sembra mai la storia di una qualsiasi signora vecchia e ormai demente, ma di una leader politica che ha davvero cambiato il volto della storia. Di quella del suo partito, del suo Paese, e della politica occidentale. Se è vero che la vecchiaia e la malattia occupano molta parte del film, non mancano anche in queste scene momenti di lucidità in cui lo spirito di Lady T emerge al suo meglio. Per esempio, quando seduta sul lettino davanti al suo medico impartisce una lezione sullo stretto legame tra pensieri e azioni, e tra carattere e destino; o quando irritata, dopo ripetuti squilli, invita lo stesso medico a rispondere al telefono perché qualcuno potrebbe aver bisogno del suo aiuto. E mostra grande lucidità quando, nient’affatto irretita da una sua ammiratrice, emette una sentenza straordinariamente vivida sulla politica dei nostri giorni: «Una volta si trattava di tentare di fare qualcosa. Ora si tratta di diventare qualcuno».

Da ammiratori di Margaret Thatcher abbiamo visto il film – consapevoli dell’ideologia dominante a Hollywood e che nella pellicola si dava un gran peso all’Alzheimer – temendo che potesse dare l’idea che l’unico leader di destra buono è quello vecchio e malato. Non è così. Giustamente pretendiamo da Hollywood ritratti non intrisi di pregiudizio politico, ma a parte il fatto che di Hollywood c’è molto poco nella produzione (franco-britannica) e nel cast del film (solo Meryl Streep – davvero superba, da Oscar), bisognerebbe guardarlo a nostra volta senza pregiudizi.

Come ne esce, dunque, Maggie? Ne esce bene. Soprattutto considerando che la sua immagine è stata letteralmente fatta a pezzi e disumanizzata dalla propaganda politica di sinistra e dalla cultura statalista dominante, fino ad essere identificata con la cattiveria e la disumanità del potere. Ebbene, il film rende giustizia alla Thatcher: non la rende simpatica, ma senza sposare le sue idee la umanizza, restituendoci una leader sì inflessibile nel combattere gli “smidollati” che si ritrova intorno e i suoi nemici, ma anche il «primo premier anche madre», sgomenta e affranta per le vittime nella guerra delle Falkland. Ma il film va molto oltre l’umanizzazione di Lady T. Ne esce fuori senz’altro un modello positivo di leadership. Nessuno più di una donna che per emergere ha dovuto combattere il maschilismo dei partiti e della società britannica di allora sa cosa vuol dire lottare «ogni santo giorno della propria vita» e andare controcorrente, sfidare il conformismo, la banalità e la mediocrità imperanti in politica. Chi ne esce male nel film non è certo la Thatcher, piuttosto i colleghi di partito e di governo che pensano solo alla rielezione (ai quali MT risponde «la medicina è amara ma il paziente ne ha bisogno… ci odieranno oggi ma ci ringrazieranno per generazioni») e un’opposizione laburista pregiudiziale e incline al tanto peggio tanto meglio, guidata da un livido Michael Foot.

Non c’è nemmeno alcuna caricatura delle idee liberiste, che anzi vengono declinate non con arroganza accademica o dalle vette privilegiate dell’alta finanza, ma attraverso il buon senso del bottegaio. Il bilancio dello Stato come il bilancio di una famiglia: il risparmio, non la spesa, è la virtù. E il lavoro, non lo sciopero, è un valore, mentre l’assistenzialismo è immorale ed economicamente insostenibile. Il ritratto stesso della figlia di un droghiere di provincia che contro tutti i pregiudizi e gli stereotipi diventa primo ministro ne fa un’icona positiva del liberalismo e dell’individualismo.

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