Una ricostruzione subdola

By Redazione

gennaio 29, 2012 Cultura

Non potendo parlare male del governo di Margaret Thatcher e della trasformazione della società inglese da lei compiuta negli anni Ottanta, a colpi di riforme pugno di ferro rivolto contro le categorie più privilegiate, parassitarie e sindacalizzate della Gran Bretagna (più o meno le stesse che oggi stanno inguaiando l’Italia di Mario Monti), la regista Phyllida Lloyd e l’attrice Meryl Streep, recitazione da premio Oscar e regia quasi alla pari, raccontano la vita de “The Iron Lady”, titolo anche del film, partendo dai ricordi allucinatori di una ottantenne minata dall’Alzheimer.

Un espediente narrativo attraverso cui si consuma tutta la vendetta della “Red Hollywood” contro la donna che, insieme a Ronald Reagan in America, impersonò per tutta la durata degli anni ’80 il volto vincente del conservatorismo. Difficile parlare male della donna che – muovendo guerra all’Argentina dei generali fascisti per il punto di principio costituito dal possesso delle isole Falkland – determinò di fatto la caduta di quella terribile dittatura. Difficile parlare male del premier che trasformò la natura di un paese da operaio in finanziario, prendendolo per i capelli mentre si avviava verso una depressione che in confronto anche quella italiana odierna fa sorridere. L’Inghilterra della seconda metà degli anni ’70 era un paese ossessionato dai sindacati, dai burocrati e dall’industria assistita. 

Un trinomio che gli italiani conoscono bene. Ma in Inghilterra un governo che vince può governare sul serio e il suo capo non conta, come in Italia, meno di un amministratore di condominio. Così la giovane figlia di un droghiere, presa in giro nei circoli esclusivi riservati agli uomini del partito conservatore dell’epoca, bolso e imbalsamato, con la propria ascesa ai vertici dei Tory cambiò un’intera maniera di intendere la politica e la società.

Era l’Inghilterra del punk-rock, che esprimeva il marciume anche culturale ed esistenziale che attraversava la società. La cura della Thatcher fu quella di calcio, inteso come “nel culo”, a tutti i pelandroni che vivevano di assistenzialismo. E tutti abbiamo in mente le scene, abbondanti nei flash back del film, dei minatori in rivolta o dei terroristi dell’Ira che si lasciano morire di fame. La stessa Thatcher per poco non ci lasciò le penne, quando fecero saltare l’albergo londinese dove si stava svolgendo la convention dei conservatori. Il film si basa su queste due scorciatoie narrative: da una parte l’adozione di una focalizzazione interna, cioè il  punto di vista della protagonista, così da sospendere ogni giudizio esterno sul suo operato politico; dall’altra, la trovata un po’ crudele  di raccontare una Thatcher anziana, preda di una malattia degenerativa del cervello che le provoca la ricorrente allucinazione di vedersi sempre accanto il defunto marito Denis, che la sposò da giovane traghettandola dentro i Tories.

La regista e la sceneggiatrice Abi Morgan si basano sull’aneddotica del libro “Margaret Thatcher, a Life”, che poi piegano a proprio uso e consumo. La resa cinematografica, prima del doppiaggio italiano che sicuramente massacrerà tutto, è ottima. Meryl Streep è da Oscar e alcune parti del film, come quella che ricorda  la guerra delle Falkland, sono decisamente commoventi. Restano invece profondi dubbi sulla scelta di aver voluto dipingere la vita di una grande statista attraverso i deliri e le allucinazioni di una malattia. Più che una trovata, si tratta di una “porcata” che meriterebbe punizioni corporali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *